Tra i Peshmerga sotto le bombe degli ayatollah. “Pronti a morire, se serve arriveremo a Teheran”
Le lunghe scie bianche nel cielo azzurro intenso sono i missili americani e israeliani lanciati verso l’Iran. Un rombo sordo e impressionante ci ha fatto alzare gli occhi. I missili sembrano lenti e viaggiano in coppia ad alta quota. Sul terreno, il campo dell’opposizione armata agli ayatollah, Azadi, che significa “libertà”, a Koja nel Kurdistan iracheno, è stato ripetutamente bombardato dai Pasdaran. Un missile iraniano ha aperto un vasto cratere, che si inabissa in un buco nero largo due metri.
L’obiettivo era un piccolo ospedale dei curdi iraniani del PdkI, il partito più longevo e armato, che punta a liberare alcun città oltre confine con l’appoggio aereo americano. Ufficialmente non si sbilanciano, ma i Peshmerga, i guerriglieri curdi “pronti alla morte”, si stanno preparando a cogliere l’attimo. Per questo vengono bersagliati ogni giorno da missili e droni kamikaze lanciati dall’Iran. “In questo momento abbiano delle nostre forze nelle regioni curde dell’Iran – dichiara Mohammad Nazif Qadri, portavoce del partito – L’obiettivo è liberare le città curde, che soffrono da 47 anni. Vogliamo un sistema democratico all’interno di un Iran libero”.
Le cellule oltre confine stanno aiutando americani e israeliani nell’indirizzare i bombardamenti. Il leader del PdkI, Mustafa Hijri, è stato chiamato al telefono dal presidente Donald Trump, che avrebbe promesso “ampia copertura aerea americana”. Nelle ultime ore sono stati ulteriormente intensificati i bombardamenti delle postazioni militari nella cittadina iraniana di Piranshahr attaccata al confine con il Kurdistan iracheno, a Nord Est di Erbil. I droni kamikaze hanno colpito varie zone del campo Azadi, dove vivono anche civili, in piccole case quadrate con i tetti piatti. Poche vittime e qualche ferito perché i curdi al primo ronzio dal cielo, che segnala i droni kamikaze, saltano fuori dal campo e sparano all’impazzata nell’arduo tentativo di fermarlo o di deviare l’impatto.
Anche le donne, pure giovanissime, sono in prima fila. Sonia quasi maggiorenne, veste la tradizionale uniforme a sbuffo color sabbia dei Peshmerga. E nella giubba tiene come portafortuna, accanto alla pistola e ai porta caricatori del kalashnikov, un topolino di peluche con un cuore rosso “regalato da un combattente. Così è sempre con me”. La giovane in armi è scappata dall’Iran curdo dopo le grandi manifestazioni di protesta di gennaio represse nel sangue. “Hanno ucciso e silenziato il nostro popolo che chiedeva i suoi diritti – racconta – Le famiglie dovevano pagare per riavere il corpo dei propri cari ammazzati durante le manifestazioni”. Una ventina di combattenti pattugliano nei dintorni e quando sentono il rumore di un drone, probabilmente di ricognizione, ordinano di abbassarsi e aspettare che passi il pericolo. Capelli raccolti e lunghe trecce intonano una cantilena di guerra: “Sono armata, non cedo, vittoria o morte”. Nel campo i Peshmerga sono ben equipaggiati, ma lontani da una forza d’invasione. Si vocifera che ad Erbil, la “capitale” del Kurdistan iracheno, un altro gruppo si è presentato ad una concessionaria per acquistare in contanti 50 fuoristrada Toyota. Soldi che non arrivano adesso a caso. Sei partiti armati curdi iraniani hanno fondato un’alleanza operativa “che nei prossimi giorni dovrà decidere come agire. Il nostro obiettivo è liberare le città curde, ma se sarà necessario, per sconfiggere il regime, andremo fino a Teheran”. Si illude, Baba sheik Hossein, uno dei leader che ha fortemente voluto la coalizione. La base del suo movimento Khabat, che vuole dire “lotta”, vicino ad Erbil, è stata centrata da un drone kamikaze. “L’Iran è il nemico comune anche per gli americani – osserva – possiamo cooperare e la nostra organizzazione clandestina oltre confine è pronta ad agire sollevando i curdi su nostro ordine, ma dobbiamo deciderlo con gli altri partiti”.
Sulla strada di ritorno da Koya un’improvvisa colonna di fumo nero si alza da una base del PdkI. Il drone suicida ha appena colpito seminando distruzione all’interno, dove è scoppiato un incendio e c’è un tappeto di schegge. I Peshmerga del governo regionale escono con blindati e armi in pugno da una vicina caserma per affrontare altri, possibili, attacchi. Nel mezzo del caos arriva la notizia che il campo Azadi, lasciato un’ora prima, è stato pure bombardato con due missili e tre droni. I video dei Peshmerga mostrano una barriera di fucileria, che si mescola al ronzio mortale del drone in picchiata fino al globo di fuoco dell’esplosione all’impatto.
Torniamo indietro e troviamo il campo evacuato con i
combattenti curdi dispersi nei prati tutt’attorno. “Il bombardamento è stato pesante. Al momento non risultano vittime – sostiene un Peshmerga in mimetica – Ogni battaglia per la libertà ha il suo costo, ma non ci fermeranno”.
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