Chi comanda a Teheran
“La confusione genera caos. Il caos offre opportunità”. Così scriveva cinquecento anni prima di Cristo lo stratega cinese Sun Tzu. Due millenni e mezzo dopo le regole non cambiano. Dopo nove giorni di conflitto la svolta capace di innescare una trattativa tra le fazioni meno radicali del regime iraniano e l’Amministrazione Trump sembra profilarsi all’orizzonte. Tutto inizia già venerdì. Quel giorno il Consiglio per il Discernimento, l’organo costituzionale iraniano chiamato a dirimere le controversie istituzionali blocca l’attività degli 88 membri dell’Assemblea degli Esperti incapaci a causa delle diatribe interne di nominare il successore di Alì Khamenei. Lo stop rappresenta in tutta evidenza un altolà a Mojtaba Khamenei il figlio della Suprema Guida su cui puntano i capi dei Guardiani della Rivoluzione per garantire la continuità al vertice del regime. Quel “no” ai pasdaran cela la rivincita degli ayatollah e dell’ortodossia religiosa.
I leader clericali sembrano decisi ad evitare non solo una scelta per via ereditaria contraria alla Costituzione Islamica, ma anche la nomina di un successore, come Mojtaba, privo degli studi religiosi e dei titoli indispensabili per acquisire il titolo di Suprema Guida. Ma bloccando l’Assemblea degli Esperti, e quindi la successione, il Consiglio del Discernimento finisce con il riconoscere i pieni poteri dell’attuale Consiglio Provvisorio guidato dal Presidente Massoud Pezeshkian. E così Pezeshkian, un ex- riformista considerato fino a venerdì un re travicello, si ritrova portabandiera delle fazioni contrarie al radicalismo ideologico dei Guardiani della Rivoluzione e pronte ad intavolare un negoziato con gli americani. Gli effetti non tardano a farsi sentire. Ieri mattina Pezeshkian firma un comunicato con cui l’Iran rivolge le proprie scuse ai paesi del Golfo bersaglio dei suoi missili e s’impegna a non colpirli più. “Il Consiglio per la leadership provvisoria ha deciso – comunica Pezeshkian – che i paesi vicini non debbano più essere colpiti e che nessun missile debba esser sparato fatto salvo il caso che l’Iran sia attaccato da quei paesi”. Il dietrofront nasconde chiaramente il tentativo di avviare un negoziato con l’America mediato da Emirati Arabi, Arabia Saudita e Qatar. E non finisce lì. Poche ore dopo l’Artesh, l’esercito regolare iraniano solitamente silente e sottomesso ai pasdaran rivolge un’altra offerta ai paesi produttori di petrolio dichiarandosi pronto a mettere fine al blocco di Hormutz e a colpire solo le petroliere americane e israeliane. Per qualche ora, insomma, l’iniziativa politica e militare sembra sottratta al controllo dei pasdaran. Ma non dura a lungo. Numerosi parlamentari legati ai Guardiani della Rivoluzioni condannano l’uscita di Pezeshkian. Ebrahim Azizi, capo della commissione parlamentare per la sicurezza nazionale annuncia che la “battaglia continua”. E mentre l’esercito torna silente l’Assemblea degli Esperti si dice pronta a riunirsi quest’oggi per decidere il nome della nuova Suprema Guida.
Ovviamente questo dimostra come i raid aerei israeliane e americani oltre a distruggere le infrastrutture militari stiano anche spazzando via l’apparente compattezza del regime evidenziando le numerose crepe di un sistema di potere sorto 47 anni fa. Questo non significa che una situazione in stile “venezuelano” sia a portata di mano. Con tutta evidenza però – oltre ai vecchi riformisti come Pezeshkian e a tanti ayatollah – anche una parte consistente dei cosiddetti “conservatori” sembra non condividere più l’intransigenza dei Guardiani della Rivoluzione e di chi punta su Mojtaba per garantirne il potere. Da queste contrapposizioni può nascere la trattativa con gli Usa. O una nuova rivolta capace di portare in piazza l’esercito e travolgere il sistema disegnato dall’Ayatollah Khomeini.
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