Stare in guerra senza allegria
Non posso esimermi dall’entrare in guerra pure io. Scrivere della guerra tra Israele e Stati Uniti da una parte e l’Iran dall’altra significa entrarci. Non esiste il punto di vista neutrale del commentatore che osserva il mondo dall’elicottero, descrivendo i morti come formichine: un attimo prima frementi e quello dopo a pancia all’aria con le zampette inerti. Ciascuno vede quello che vuol vedere e si finisce sempre per stare da una parte. Non mi sottraggo. Io sto con Israele e con gli Stati Uniti. È la posizione che fu di Montanelli ed è oggi quella di Cerno al Giornale. L’Iran degli ayatollah non è una normale potenza regionale. È un regime teocratico che da decenni organizza e finanzia il terrorismo internazionale. Ed è sempre più chiaro che l’attacco del 7 ottobre 2023 contro Israele quella barbarie vissuta da molti come una ripetizione della Shoah è stato pianificato dai Pasdaran, i guardiani della rivoluzione iraniana. Non stiamo parlando di un governo un po’ autoritario, ma di un sistema che reprime il proprio popolo, arma milizie in mezzo mondo e considera la distruzione dello Stato ebraico una missione religiosa. E tuttavia i miei dubbi restano. Sono gli stessi che avevo nel 2001 e nel 2003, quando George Bush decise di abbattere i regimi di Afghanistan e Iraq per mettere il mondo in sicurezza dal terrorismo islamico. Scrissi allora che, se bisogna scegliere in quale impero vivere, scelgo senza esitazione quello americano-occidentale. Ma chiedermi di andare all’assalto degli imperi altrui no, mi pare che l’Italia nei secoli abbia già dato. Gli stessi dubbi li aveva Oriana Fallaci. Sostenne la guerra contro Saddam Hussein, ma confessò di aver dovuto superare «le riserve e i dubbi che ancora mi straziano». Non era pacifismo. Era realismo. Aveva capito che i regimi si possono abbattere. Le civiltà no. L’Iran non è un emirato di sabbia. È un Paese di novantatré milioni di abitanti, con un sistema costruito proprio per sopravvivere agli attacchi esterni. Morto un Khamenei se ne fa un altro. È una soddisfazione eliminarne uno, ma illudersi di sistemare tutto con una guerra definitiva è una tentazione occidentale ricorrente. E spesso disastrosa. Le guerre non risolvono mai niente, ripetono i Papi da più di un secolo. Lo ha detto con parole drastiche anche Leone XIV: davanti ai leader del mondo si aprono due strade, «voragine irreparabile» o «dialogo ragionevole». Di solito si risponde che il Papa fa il Papa. Ma dire che la guerra è un connotato dell’umanità non la rende necessaria. Anche la malattia e la morte lo sono, e non per questo le rincorriamo come farfalle. Nel frattempo, mentre strateghi e analisti disegnano mappe e frecce, succede un’altra cosa. Ho visto le immagini dei funerali delle bambine uccise nel bombardamento della loro scuola nel sud della Persia. Una fila di piccole bare. Per un attimo mi è sembrato di tornare a Bergamo ai tempi del Covid. Poi ho pensato alla strage di Gorla, Milano, 20 ottobre 1944. Un bombardiere americano sbagliò obiettivo e colpì una scuola elementare. Morirono 184 bambini. Gli Alleati combattevano
una guerra giusta contro il nazismo. Ma quei bambini erano morti lo stesso. Questo è il punto che non riesco a dimenticare. In guerra il bene si raccoglie con un cucchiaio e il male con il secchio. E c’è un altro pensiero che mi ronza in testa quando sento gli analisti parlare davanti alle cartine. Gli ideologi amano molto l’umanità in astratto. Molto meno i singoli esseri umani. La gente comune invece sente il dovere tremendo di combinare l’amore per l’umanità con quello per una persona sola. Per questo, mentre sto dalla parte di Israele contro il terrorismo iraniano, non riesco a non pensare a quelle madri davanti alle piccole bare. Forse è un limite mio. Forse è solo coscienza del limite umano. So bene che il regime degli ayatollah è una macchina feroce e che Israele combatte un nemico esistenziale. Ma quando sento parlare di grandi crociate per liberare i popoli oppressi, qualche dubbio mi viene. Per lanciare crociate bisogna avere una durezza assoluta, una disponibilità a sacrificare vite altrui che io non possiedo.
Preferisco pensare forse ingenuamente che quella spietatezza resti il tratto delle ideologie che hanno insanguinato il Novecento: islamismo, nazismo, comunismo. Noi occidentali dovremmo avere almeno un’altra eredità dalle nostre guerre fratricide: la pietà. E la memoria che ogni guerra, anche la più giusta, comincia con grandi discorsi e finisce con piccole bare.
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