La Paralimpiade inizia nel segno delle donne
La Paralimpiade inizia nel segno delle donne: a Cortina, Chiara Mazzel, con la sua guida Nicola Cotti Cottini, ha vinto l’argento della discesa, categoria visually impaired (coloro cioè che hanno una ridotta capacità visiva), con il quinto posto per l’altra azzurra Martina Vozza, con la sua guida Ylenia Sabidussi. «Sono soddisfatta – ha detto al traguardo Chiara –, mi sono allenata tanto e ci ho messo tutta me stessa». Soprattutto, l’atleta della Val di Fassa, 29 anni, ringrazia «tutte le persone che mi hanno seguita e aiutata in questi anni, in particolare dopo il 2018, quando, a causa di un glaucoma, ho perso la vista. Scio da quando sono bambina ma ho iniziato l’agonismo dopo la malattia, quando ho scoperto i Giochi paralimpici grazie all’edizione del 2018 a Pyeongchang. Venivo da un lungo periodo in chi ero rimasta chiusa in camera, pensavo che la mia vita non fosse più degna e, invece, con lo sci paralimpico ho iniziato un nuovo percorso pieno di libertà». Che ha raccontato anche nel libro La sfortuna, una fortuna! Come fare della propria disabilità una forza (Pathos Edizioni), scritto con Dario Ozzimo.
E chissà che le gare di Chiara e degli azzurri impegnati a Milano Cortina non siano d’ispirazione per altre persone con disabilità ignare delle mille strade degli sport paralimpici: «l’edizione in casa – auspica Mazzel – con la copertura della Rai farà conoscere a tutti il nostro mondo, le nostre fatiche e i nostri successi». Chiara, che fa parte delle Fiamme Gialle, vive fra allenamenti intensi e gare: palestra ogni giorno, d’inverno sei giorni su sette in pista e d’estate arrampicata o ciclismo per rafforzare la muscolatura. In bacheca ci sono tre ori e due argenti ai Mondiali e la partecipazione a Pechino 2022. Dopo la discesa di ieri, Mazzel sarà in gara in Super G, combinata alpina, gigante e slalom: «È un programma intenso, ma questo è il mio sogno, dare il massimo davanti ai miei tifosi». Per diventare ispirazione e abbattere i pregiudizi a colpi di imprese sportive.
Come ha saputo fare Veronica Yoko Plebani, poliedrica atleta con quattro edizioni dei Giochi alle spalle, da Sochi 2014, quando si mise alla prova nello snowboard-cross, fino a Parigi 2024, con l’argento del triathlon: «L’edizione invernale rispetto a quella estiva offre maggiore intimità perché ci sono meno partecipanti e, nella quotidianità, è possibile costruire amicizie che durano a lungo. A Sochi 2014, avevo 18 anni, tutto era entusiasmante, anche solo ricevere il kit azzurro. E poi essere al Villaggio olimpico, con ragazzi da ogni angolo di mondo, ti fa capire che la tua storia è quella di tutti, le tue emozioni quelle di tutti». Veronica è stata protagonista anche della cerimonia di apertura all’Arena di Verona portando la bandiera italiana per l’alzabandiera: «La manifestazione in casa – è la sua riflessione – può segnare una svolta: lo sport paralimpico è ricco, lo vedrete in tutte le gare, atleti ed atlete si impegnano per gli obiettivi in cui credono». Senza essere eroi ma uomini e donne pieni di sogni.
Anche Arianna Talamona, nuotatrice e medagliata della Nazionale azzurra, sottolinea che è tempo di parlare di disabilità in modo moderno: «Se mostriamo sempre e solo il lato assistenziale, raccontiamo solo una parte e così si crea il pregiudizio. Una paralimpiade non è hobby, è preparazione di anni, sport di altissimo livello e gli atleti paralimpici non sono eroi, ma atleti. Chiamarli eroi è spesso un modo elegante per continuare a considerarli eccezioni, e non la normalità sportiva».
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