Trieste presa d’assalto per i jeans: pullman dall’Est e valigie piene di contanti
08.03.2026 – 14.00 – Un esercito di donne. Alcune con i fazzoletti da contadine annodati in testa, altre con le gambe infilate nelle calze di nylon all’americana. Non meno numerosi, accanto a loro, gli uomini. La Trieste dei jeansinari è stata anche questo: un grande bazar diffuso per le strade del Borgo Teresiano, dove s’incrociavano passato e futuro, Oriente e Occidente, ferite di guerra e ricostruzione, socialismo e capitalismo. Umanità. Bocche che parlavano lingue diverse e, al contempo, migliaia di mani che parlavano invece il linguaggio universale dei soldi in contanti. Toccavano merci e banconote. Il denaro era così tanto da riempire interi sacchi della spazzatura. Di quella singolare pagina della storia socio-economica cittadina, che ormai sopravvive quasi esclusivamente – ma non solo – nei ricordi di chi l’ha vissuta in prima persona, oggi si incontrano i frammenti ripercorrendo le vie e curiosando tra i negozi del centro. Un esercizio stimolato dalle reazioni dei lettori a un pezzo pubblicato nelle scorse settimane, in cui su Trieste News riassumevamo stralci di un recente articolo apparso a sua volta sulla stampa croata, che raccontava proprio il fenomeno dei jeansinari triestini dal punto di vista di chi, all’epoca, giungeva da oltreconfine per acquistare a prezzi d’ingrosso gli ambiti blue jeans occidentali.
Nello spirito di quest’offerta editoriale, Faglia Doppia, allora ci siamo chiesti: perché quell’argomento ha suscitato tanto interesse? Se n’è scritto o parlato abbastanza? Vale forse la pena di ritornarci sopra e provare a fissare ancora qualche pagina di quelle storie di vita vissuta? Non appartengono pure loro alla grande storia, quella con la “S” maiuscola? Per saperne di più indossiamo scarpe comode, che alla fine di questo viaggio ci porteranno nella celebre sede di Mirella Moda, un’istituzione dell’imprenditoria triestina. Ma prima incontriamo Serena Fichera, per cinquant’anni titolare della boutique Mik-Mak, e le commercianti del negozio di abbigliamento La Zona in via Malcanton, che hanno ben impressi nella memoria quegli anni intensi e incredibilmente floridi del commercio cittadino. «Il jeansinaro, o jeansaro, così veniva chiamato il tipico commerciante triestino, titolare di negozio o magazzino in cui si vendevano jeans, beni molto richiesti dai clienti provenienti da quella che all’epoca era la Jugoslavia», ricorda una di loro. «Il fenomeno si concentrava soprattutto tra l’area della stazione, via Trento, piazza Sant’Antonio e l’iconica piazza Ponterosso, che per anni rappresentò una vera e propria arteria commerciale della città. Qui venivano letteralmente presi d’assalto negozi, magazzini e bancarelle improvvisate, spesso allestite direttamente dai portelloni di grandi automobili».

Le immagini più vivide che i commercianti della zona oggi conservano di allora sono quelle delle strade gremite di persone. Vie stracolme, tanto da rendere difficile persino camminare. Dopo il passaggio della folla rimanevano spesso «tanta sporcizia e disordine», ma su questo aspetto buona parte della città era disposta a chiudere un occhio, dal momento che quel flusso così massiccio di paganti portava benessere economico unito a un’intensa vitalità commerciale. «Arrivavano soprattutto di sabato», ricorda a sua volta la titolare della boutique La Zona. «È stato un appuntamento regolare per circa un decennio, tra gli anni Settanta e Ottanta». La mattina presto, già a partire dalle 6, in città giungevano pullman e automobili da oltreconfine, carichi di persone che attraversavano le frontiere per acquistare beni a quel tempo quasi impossibili da trovare a Est. Giovani, famiglie ma anche persone d’età più avanzata. Tutti si mettevano in viaggio per fare acquisti a Trieste. Molti compravano gli abiti per uso personale. Altri rivendevano le merci nei loro Paesi d’origine. «Forse ciò che in rumeno si direbbe bișniță», aggiunge una dipendente de La Zona. Bișniță si riferisce ad affari un po’ loschi, a un mercato transnazionale di «cose americane» che in passato giungevano in Romania e Bulgaria, stando alla testimonianza della donna, che rileva una somiglianza con il termine dialettale triestino “bisnizzi”.
I negozianti triestini, ad ogni modo, si adattarono rapidamente alla nuova clientela proveniente da Est. «Anche le commesse dovettero imparare sloveno e croato per poter comunicare con i clienti», raccontano ancora le commercianti. «Dopo il loro passaggio, gli scaffali dei jeansinari restavano spesso completamente vuoti». Ma perché proprio i jeans andavano a ruba? Oltre a essere quasi introvabili nei Paesi dell’Est europeo, rappresentavano un potente simbolo di modernità e di contatto con l’Occidente. I primi modelli americani arrivarono a Trieste all’inizio degli anni Settanta: benché nati come pantaloni da lavoro, divennero rapidamente oggetto di desiderio. Accanto ai jeans si vendevano molti altri prodotti: calze di nylon, giubbotti di pelle o finta pelle, ma anche bambole e persino caffè. «Non sempre capi di alta qualità, ma per chi arrivava da oltreconfine rappresentavano comunque un ottimo affare», puntualizza la titolare de La Zona. «E di certo, in ogni caso, la qualità era superiore rispetto a quella di molti dei capi che si trovano in commercio oggi». Si acquistavano quantità enormi di prodotti, riempiendo bauli e valigie. Non era raro vedere persone indossare più paia di jeans l’uno sopra l’altro per poterli trasportare oltre la frontiera. Dietro la frenesia commerciale si nascondevano spesso realtà di povertà. Sempre stando ai racconti di chi ha vissuto il periodo d’oro dei jeansinari, infatti, molti dei neo-consumatori che riempivano Trieste provenivano da contesti rurali e modesti. Si evocano, ad esempio, immagini di «donne con gonne molto ampie e il fazzoletto in testa» che probabilmente, prima di averle acquistate a Trieste, «non avevano ancora mai indossato calze di nylon».
Cavalcando l’onda del successo, nel frattempo alcuni esercenti triestini riuscirono ad arricchirsi vertiginosamente nell’arco di pochi anni. Le storie dell’epoca parlano di denaro portato in banca dentro sacchi della spazzatura, «senza nemmeno contarlo». Di marchi e dinari da cambiare in lire. Di investimenti miliardari in beni di lusso, oro e appartamenti. Fortune costruite e dissipate rapidamente, tra gioco d’azzardo al casinò, ostentazione e spese folli: era un’economia veloce e instabile, fatta di guadagni improvvisi e altrettanto improvvisi rovesci. Soprattutto, ricordano ancora le commercianti, i jeansinari arricchitisi da un giorno all’altro erano spesso «gente semplice», che in precedenza non aveva mai maneggiato così tanto denaro. Il guadagno spropositato, in alcuni casi, diede addirittura alla testa. Tuttavia molti negozianti triestini tradizionali non percepirono i facoltosi jeansinari come una forma di concorrenza. Serena Fichera ricorda infatti che in quegli anni le boutique più distinte non trattavano il jeans, considerato ancora come un indumento da lavoro: solo più tardi, con la moda lanciata da marchi come Fiorucci, il denim sarebbe diventato un capo di tendenza. Fino a quel momento jeansinari e boutique lavorarono in parallelo, senza ostacolarsi a vicenda.

E poi, come vedremo, il fenomeno dei jeansinari giunse al termine quasi all’improvviso. In questo quadro, un’eccezione è costituita appunto da Mirella Moda, che si trova oggi al pianterreno del vecchio magazzino portuale di 800 metri quadrati, al civico 4/b di corso Cavour, tra il Teatro Miela e l’Agenzia delle Dogane, non lontano dalla stazione ferroviaria e da quella degli autobus, dove tuttora approdano clienti provenienti da Slovenia e Croazia. Ottocento metri quadrati tappezzati di abiti per ogni occasione, dallo sportivo all’elegante passando per il casual. E ancora sciarpe, cappelli, cappotti, foulard, zaini, borse, scarpe, calzini, biancheria intima. Di tutto un po’, insomma. Prezzi low cost uniti a una buona qualità: il binomio costituisce l’unicità del posto.
Il punto vendita prende il nome dalla proprietaria, Mirella Zamarin, l’ultima jeansinara. «Grazie alla passione e alla bravura di Mirella, l’azienda è cresciuta e si è consolidata anche durante e dopo il tramonto degli altri jeansinari. È diventata un punto di riferimento vintage per turisti e triestini, citata nei libri su Trieste», spiega Riccardo, impiegato amministrativo e portavoce de facto della signora Mirella, nel frattempo impegnata come sempre in cassa con le clienti. «Mirella è nata a Buie d’Istria quando la città apparteneva all’Italia. È arrivata a Trieste da esule italiana dopo la Seconda guerra mondiale. Ha inaugurato la sua attività commerciale negli anni Ottanta, un po’ come tanti negozi sorti in Borgo Teresiano nel contesto peculiare del commercio con l’allora Jugoslavia, che aveva i suoi dazi e le sue regole. Il primo negozio di Mirella si trovava in via Trento. Aveva solo 50 metri quadrati ed era uno dei circa cento che sorgevano in zona. Si chiamava Pino Shop, dal nome del padre di Mirella, Giuseppe, detto Giuseppino».
Il riferimento storico è agli accordi di Udine, stipulati tra Italia e Jugoslavia tra la fine degli anni Quaranta e l’inizio degli anni Sessanta. Regolamentarono commercio e spostamenti transfrontalieri: alcuni permessi speciali, inizialmente previsti solo per ristrette aree di confine, furono poi estesi a raggi chilometrici più ampi. Fu questo a favorire il fiorire del fenomeno jeansinaro negli anni Settanta e Ottanta. Dopo quell’età dell’oro, profondi cambiamenti geopolitici segnarono la fine degli equilibri della Guerra fredda, trasformando radicalmente le dinamiche di confine che avevano permesso a Trieste di diventare un polo di attrazione commerciale per i vicini Balcani. Prosegue Riccardo: «Il declino del fenomeno jeansinaro fu sancito negli anni Novanta dalle guerre che smembrarono la Jugoslavia e comportarono la chiusura dei confini con l’Italia. Improvvisamente smisero di arrivare i cittadini jugoslavi con le valigie piene di soldi. E i triestini che avevano fatto le cicale rimasero senza denaro». «Molti jeansinari infatti si erano abituati a un tenore di vita elevato. Alcuni andavano a spendere nei casinò. Invece Mirella, anche a causa della sua storia personale, che le ha insegnato spirito di sacrificio e dedizione al lavoro, aveva saputo risparmiare e investire». Alla fine della guerra la situazione era cambiata. «Era arrivata la libertà di circolazione e di scambio. Allora Mirella, che ormai si era fatta un nome, si rinnovò. Diventò un punto di riferimento per i commercianti dell’ex Jugoslavia che iniziarono a rifornirsi da lei». «Fino ai primi anni Duemila questo è stato un negozio principalmente all’ingrosso. Poi, con internet, la globalizzazione e l’espansione del mercato cinese dell’abbigliamento, Mirella ha saputo ancora una volta riconvertirsi, stavolta in negozio al dettaglio». Oggi l’azienda si identifica con la persona della signora, sempre presente in cassa, dal martedì al sabato dalle 7 alle 19, con un orario d’altri tempi. «In questi cinquant’anni di attività Mirella ha saputo diventare una garanzia di fiducia per i clienti, soprattutto sloveni, che si trasmettono di generazione in generazione l’abitudine di venire qui».
Eppure oggi sono pochi i giovani triestini che sanno che cosa significasse “essere un jeansinaro” qualche decennio fa. Pur trattandosi di un fenomeno relativamente recente, nel tessuto urbano non sono rimaste molte tracce tangibili a testimoniarne il passaggio. Mirella Moda rappresenta appunto un’eccezione. Per il resto è cambiato il mondo. Le grandi catene di fast fashion e poi l’e-commerce hanno reso accessibili ovunque prodotti sempre più economici. La pandemia, la crisi economica e la tecnologia hanno modificato le abitudini di acquisto, contribuendo anche al declino di molte piccole e medie imprese. Un tempo si attraversavano confini per acquistare prodotti convenienti e introvabili; oggi invece sono i prodotti ad attraversare i confini, arrivando direttamente nelle case dei consumatori. Un fermo immagine che può ricordare l’assalto alle merci triestine degli anni Settanta e Ottanta è forse quello delle folle che si accalcano nei negozi durante il Black Friday, anch’esso importato dall’America, come i blue jeans. L’era dei jeansinari a Trieste fu però qualcosa di diverso: un momento di straordinaria vitalità commerciale, in anni segnati da un diffuso ottimismo economico, capace di andare oltre i confini della città.
Approfondimento a cura di Lilli Goriup e Benedetta Marchetti
[l.g.] [b.m.]



