Kansai Botanicals: Tra field recording e ritmo lento :: Le Recensioni di OndaRock
È firmato Deadbeat il nuovo lavoro per Quiet Details, etichetta inglese basata su un semplice concept: l’interpretazione che l’artista dà al nome stesso della label; per l’occasione, Scott Monteith articola uno slow-tempo su ricchi field recording. Parliamo di un chillout sottomarino declinato in paesaggi organici: percussioni lente e filtrate, accordi dub dal fare ipnagogico e quintali di suoni concreti e astratti: feedback, fruscii, note acquatiche.
Ogni spigolo è smussato per fornire una pasta sonora soffice e vellutata: un’abilità non certo acquisita di recente, data la lunga esperienza del producer canadese. Lavori come “Wild Life Documentaries” (2002) e “Drawn And Quartered” (2011) hanno segnato la scuola elettronica post-laptop, quella attraversata dalla fumosa introspezione del minimalismo e dal retaggio techno più metropolitano.
Di quell’aria sinistra oggi si avverte poco: al suo posto emergono trame e tessiture liquide, più che un discorso d’impatto o di sussulto. È una materia sonora rigogliosa e avvolgente, calda, pur intiepidita dal continuo, seppur smaterializzato, dub chord. Qualcosa che ricorda il Monolake più ambient, ma come se il suo live-set risuonasse avvolto da una fauna equatoriale, tra vapori d’asfalto bagnato e serre urbane.
Il principale difetto del disco coincide, in parte, con la sua coerenza: le otto tracce di “Kansai Botanicals” racchiudono lo stesso tema e uno svolgimento narrativo affine, microvariazioni sulla medesima idea che, alla lunga, restituiscono una sensazione di eccessiva uniformità. Avrebbe potuto durare molto meno senza perdere nulla. Resta, al di là di queste riserve, un’opera di pregiata manifattura.
02/03/2026




