By Storm – My Ghosts Go Ghost: Affrontare i fantasmi per sopravvivere :: Le Recensioni di OndaRock
L’album di debutto dei By Storm chiarisce che il progetto dei due Injury Reserve superstiti può ripartire cinque anni dopo “By The Time I Get To Phoenix”, distaccandosi però da quel sound apocalittico.
Il produttore Parker Corey e il rapper RiTchie with a T hanno puntato all’elaborazione del lutto attraverso un insieme di sperimentazioni sullo scheletro dell’hip-hop, con ampi prestiti dal cantautorato più eccentrico, il folk elettronico, la psichedelia e molto altro.
Una musica astratta, malinconica e drammatica che suggerisce più che descrivere, lasciando irrisolte molte domande: è quello che accade dopo i grandi dolori della vita, incomprensibili e difficili da elaborare.
La fragile “Can I Have You For Myself?” racconta delle difficoltà di immaginarsi genitore, inserendo una nuova persona nelle dinamiche di una coppia. “Just for a minute, can we soak it in and just tangle?”, si chiede RiTchie.
Una breve melodia si ripete, incantata, e un beat hip-hop arriva solo dopo tre minuti abbondanti: il torpore malinconico diventa movimento, un clangore robotico che coesiste con la dolce chitarra sullo sfondo.
Da un arpeggio ripetuto ossessivamente parte la successiva “Dead Weight”, un crescendo ansiogeno dove la lamentosa voce iniziale diventa una frenetica riflessione sulla propria identità e il percorso personale. Mentre frullano breakbeat cacofonici, le voci si moltiplicano e il soliloquio diventa un dialogo angosciante, rinforzato dal ritornello:
That’s not in the picture
No, no, no, that’s not in the picture
It ain’t dead weightIt ain’t dead weight
It’s not in the picture
No, no, no, it’s not in the picture
It ain’t dead weight
It ain’t dead weight
Schiantato dal peso della perdita, il brano si autodistrugge, lasciando iniziare “Grapefruit” solo con un battito lugubre. Siamo nella mente caotica del rapper, smontata e rimontata, deformata e sdoppiata in un clima da incubo. Le immagini si succedono come in un flusso di coscienza allucinato, dove il corpo umano aperto in due diventa appetitoso come un succoso pompelmo.
Dopo questo trittico, “In My Town” esplora in sette minuti i dubbi morali di un artista indipendente, diviso tra allettanti offerte commerciali (si citano le carte carburante offerte da Live Nation) e l’integrità artistica. Fondamentalmente un brano che tocca i nervi scoperti del capitalismo applicato all’arte, “In My Town” fluttua in una nuvola psichedelica, sospesa e irreale, ipnagogica.
Un altro brano di sette minuti, “Zig Zag”, trasforma una filastrocca infantile in un pugno allo stomaco: per quanto si possa tentare, non è possibile scansare il dolore (“You ain’t dodge nothin’”). “Best Interest” con Billy Woods affonda spietata, con suoni distorti e versi paranoici, nella mente dell’ascoltatore.
Il trittico finale è più esplosivo: “Double Trio 2” apre con un’esplosione di jazz orchestrale, trionfale e surreale. Un assalto liberatorio, che conduce alla più luminosa chiusura di “And I Dance”, un ballo spensierato (“Dance with me, that’s all that we can do”) che comunque riecheggia ancora la morte (“This what it feel like on the other side”).
In chiusura, la morte di Groggs viene affrontata frontalmente con “GGG”: le tre consonanti a ricordare l’amico ma anche a fungere da sigla per “Ghosts Go Ghost”, come se si fosse interrotto per sempre il legame tra i due. Nell’elaborazione del lutto, andare avanti è un insieme di liberazione e nostalgia, una seconda morte che si palesa giorno dopo giorno, con il passare del tempo e l’affievolirsi dei ricordi. “Don’t let me go, don’t let me go”, ripete RiTchie, mentre un pianoforte intona una melodia struggente, finché il brano non viene improvvisamente tagliato: il discorso, dunque, non è chiuso.
“My Ghosts Go Ghost” riesce a suonare creativo e non deluderà chi ancora riconosce in “By The Time I Get To Phoenix” un album straordinario dell’hip-hop sperimentale di questo decennio. È importante però sottolineare che suona come qualcosa di sostanzialmente diverso: un introspettivo viaggio nelle fasi avanzate del lutto, disorientante e toccante. Un ascolto difficile, che migliora prestando attenzione ai testi frammentati, spesso in forma libera, come lo sono i pensieri più intimi.
Se la forma piena di campionamenti sovrapposti e distorti, suoni onirici e voci filtrate può suggerire accostamenti a Dälek e Clipping, una lettura emotiva conduce più verso le amare riflessioni del già citato Billy Woods e soprattutto verso altri album sull’elaborazione del lutto, da “Skeleton Tree” a “Carrie & Lowell”, sviluppati secondo un linguaggio musicale assai diverso.
02/03/2026




