Locride, i “nuovi poveri” della Calabria più povera: partenze forzate, file ai patronati, negozi chiusi
Povera ma bella. Il richiamo a certa filmografia italiana del dopoguerra, semplice e spensierata ma dal tenore di vita frugale, nasce spontaneo pensando alla Locride del XXI secolo, terra in cui la povertà si coglie dalla lettura dei dati statistici e anche dalla percezione di chi percorre le strade che hanno conosciuto tempi di maggiore benessere.
Le saracinesche abbassate da decenni sulle “passeggiate” dei centri principali sono un segnale inequivocabile della crisi economica, specie per quelle realtà che sul commercio e sull’industria hanno costruito nel secolo scorso la loro via di sviluppo economico. Il lavoro precario fa il paio con le entrate discontinue e insufficienti che si traducono in una brusca riduzione dei consumi.
Un circolo vizioso, insomma, in cui la spesa alimentare e quella per le altre necessità impellenti assorbe quasi completamente i pochi introiti. Per chi li percepisce, ovviamente.
Le file ai patronati per la Naspi e le altre prestazioni sociali danno il senso del bisogno diffuso, così come le attese degli autobus che ogni sera si riempiono di precari della scuola, costretti dalla congiuntura sfavorevole a sperare nelle supplenze fuori regione per barcamenarsi tra periodi di lavoro e indennità di disoccupazione, mettendo in conto le trasferte dall’oggi al domani in sedi sconosciute che diventano familiari, e altri viaggi notturni per tornare a casa aspettando la prossima e-mail di convocazione.
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