Contro l’appiattimento dei linguaggi prodotto dall’AI servono nuove competenze

Eh sì sì sì…Sembra facile fare un buon video pubblicitario, verrebbe da dire parafrasando il claim di un celebre spot pubblicitario degli anni ’60 per commentare l’escalation di video advertising generati dall’Artificial Intelligence. E, in effetti, in base a un’indagine realizzata da Interactive advertising bureau (Iab), l’80% delle aziende utilizza ormai l’AI per creare in pochi minuti innumerevoli contenuti digitali opportunamente declinati in funzione della piattaforma di destinazione. Peccato crescano, al contempo, la ripetitività dei linguaggi, condizionati dagli stessi cliché e dai medesimi format, nonché il numero di Millennial e Zoomer che rifuggono dai video artefatti, in quanto ritenuti poco credibili. In particolare, in un flusso continuo di immagini costruite, acquistano valore i contenuti autentici e, soprattutto, non standardizzati.
Oltre che sul modo con il quale i brand comunicano, la trasformazione in atto sotto la spinta dell’AI impatta anche sul lavoro che ruota attorno ai video digitali, favorendo la nascita di nuove competenze e inediti ruoli professionali. Servendosi di linguaggi nativi dei social network e ‘device’ d’uso quotidiano come lo smartphone, questi nuovi professionisti della comunicazione realizzano velocemente contenuti video brevi per eventi, attività commerciali e iniziative comunque legate al contesto reale. “Il formato breve è sempre più centrale nelle strategie delle imprese. Secondo la piattaforma crm HubSpot, del resto, gli ‘short-form content’ vengono condivisi il 120% in più rispetto alle immagini statiche – commenta Alessio Cinao, fondatore dell’agenzia Snap Marketing e partner della mediatech company CreationDose – Le competenze creative, a loro volta, si orientano sempre più verso la rapidità, l’osservazione del territorio e la capacità di trasformare in contenuto ciò che accade nell’immediato, rispondendo a un’esigenza di autenticità che l’automazione, da sola, non riesce a soddisfare”.
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