I miti fondativi e la vitalità di tradizioni da preservare
L’ossessione intellettuale per la Grande Madre preistorica non è mero esercizio erudito. Ricostruire le tracce di questa divinità primordiale, archetipo universale e sorgente inesauribile dei culti antichi, significa rimettere in discussione, dalle fondamenta, l’intero edificio dell’Occidente. La fresca riedizione del volume di Alessandro Giuli dedicato alla dea Cibele trasforma una domanda da semplice speculazione in un problema non più eludibile. È forse qui la ragione della scelta, a distanza di quindici anni dalla prima uscita, della casa editrice «L’Erma» di Bretschneider, raffinato punto di riferimento dell’antichistica. Perché nella rivisitazione del testo originario è incluso un invito nemmeno troppo sottovoce alla cultura europea a fare i conti con la propria stratificazione religiosa: siamo di fronte a una rottura traumatica con il passato o a una sotterranea, persistente, continuità che ancora modella il nostro rapporto con il sacro?
Cibele fu la divinità frigia che i Romani importarono sul Palatino nel 204 prima di Cristo, durante le convulsioni della Seconda guerra punica. Giuli, giornalista formatosi in ambienti della destra culturale italiana e oggi ministro della Cultura, sistema evocativamente nel titolo un verso di d’Annunzio — «Venne la Magna Madre» — tratto dalla lauda “A Roma” del 1900. Scelta non innocente come a segnare immediatamente il terreno, metà erudizione antiquaria metà celebrazione visionaria. In apertura del libro l’Introibo — la lettera del celebrante all’altare, come nella liturgia tridentina — è al tempo stesso manifesto teorico e dichiarazione di fede: Giuli offre la sua fatica agli dei del focolare domestico e alla Grande Madre, secondo la formula latina delle dediche antiche. Poi entra nella materia. I rituali del culto metroaco a Roma — la Canna intrat, l’Arbor intrat, il Sanguem, le Hilaria, la Lavatio Matris Deum, i Ludi Megalesiaci — vengono descritti con dovizia di fonti, attingendo tanto ai classici quanto alla letteratura di primo Novecento, quella generazione di studiosi sistematicamente ignorata — lamenta l’autore — dalla storiografia accademica contemporanea.
A fare da filo conduttore è la tesi, ardita e appartenente a una narrazione “mitistorica”, secondo cui la sede originaria della Magna Mater non sia la Frigia, bensì l’Italia primordiale, la Saturnia Tellus: Cibele non verrebbe importata da Pessinunte, ma farebbe ritorno sul Palatino, come un’anima che risale al suo principio. Roma dunque punto di partenza e, insieme, d’ arrivo di un ciclo cosmico, simboleggiato dall’Aion e dalla Fenice. Il conflitto con Cartagine — nella lettura proposta da Giuli — non sarebbe un episodio di storia militare ma la manifestazione ricorrente di un archetipo cosmologico: Roma-Uno contro Cartagine-Diade, maschio contro femmina legata alla terra, ordine solare contro caos matriarcale. Un archetipo che, scrive Giuli, “si è riaffacciato innumerevoli volte sulla scena mediterranea” e che nel presente vedrebbe all’opera “forze tenebrose che vorrebbero snaturarlo definitivamente”.
È proprio in questo passaggio che il libro sconfina dal territorio storiografico verso qualcosa di più urgente e contemporaneo. Giuli non fa nomi e non indica bersagli precisi, ma il tono è quello dell’intellettuale organico a una visione del mondo che sente la tradizione minacciata: da un lato il presentismo culturale, dall’altro il relativismo che dissolve identità e radici. Il richiamo alla “via degli Eroi” contrapposta alla “disponibile alcova di Didone” suona come un invito a una scelta di campo che va oltre la storia delle religioni. In questo senso il volume di Giuli va letto anche come documento di una sensibilità culturale — quella della destra tradizionalista italiana, erede di Julius Evola e Augusto Del Noce, di René Guénon e di Georges Dumézil — che nel mito di Roma trova il proprio punto di orientamento simbolico.
Del volume Giovanni Casadio, storico delle religioni di lungo corso, nelle pagine introduttive mette in primo piano lo strato narrativo dell’intera vicenda, rituale e mitica della divinità e del suo accolito Attis. Senza “fare sfoggio di eloquenza”, ma con lo scopo “di offrire una raccolta di nozioni”, comunque tratte dalle fonti. Sullo sfondo rimane una questione aperta che il libro non si preoccupa di eludere: in un’epoca in cui il sacro è evaporato nelle nebbie del consumismo digitale e le grandi narrazioni collettive sono frantumate in identità individuali rivendicative, cosa significa invocare il “ritorno” di una dea? Giuli sembra credere che Cibele torni comunque, con la puntualità fatale di un passato remoto, al di sopra delle mode e degli interlocutori. Che lo si segua o meno in questa fede il libro resta una traccia, contro cui magari scagliarsi in dissenso: della vitalità della tradizione italiana e di quel bisogno profondo di miti fondativi che nessuna modernità riesce davvero a estinguere.
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