Nei piccoli musei c’è l’ossatura del nostro Paese
La cultura italiana, cuore pulsante dell’identità nazionale, continua a retribuire i suoi custodi con cifre da terzo mondo (anzi, alcune nazioni dell’ex terzo mondo li pagano a volte meglio di noi) mentre i grandi musei brillano come attrazioni globali. L’avviso pubblico del Comune di Montelupo Fiorentino per la selezione del direttore scientifico del sistema museale locale – laurea magistrale con almeno 5 anni di comprovata esperienza – offre 18mila euro lordi annui, onnicomprensivi, senza rimborsi spese. Un compenso poco dignitoso per un ruolo di responsabilità dirigenziale, con un netto mensile che si riduce a circa 1.200 euro su 14 mensilità, in un settore già storicamente poverello.
I “blockbusters” come Uffizi, Colosseo e Pompei vivono in una realtà parallela: i direttori tra 140mila e 200mila euro lordi annui, con benefit e staff numerosi, grazie a flussi turistici da capogiro (i tre sopra citati totalizzano quasi 25 milioni di visitatori annui). Figure apicali del MiC percepiscono stipendi “nella norma” per la PA dirigenziale: 90-120mila euro base, più indennità, in linea con i manager pubblici di pari livello. Al contrario, il 90% del tessuto culturale – 4.500 musei su 5mila totali, soprattutto locali e provinciali -arranca con collaborazioni da 15-25mila euro lordi, spesso con partite IVA forfettarie.
Ma questi piccoli presidi sono l’ossatura del Paese: non attrazioni per turisti mordi-e-fuggi, ma luoghi di cittadinanza attiva e socialità, gusci di welfare contro la gentrificazione, lo spopolamento, l’invecchiamento e l’abbandono delle comunità. Nei “piccoli comuni” con meno di 5mila abitanti (sono oltre 5.500: il 70% del totale dei comuni italiani), più di 2.000 musei tengono vivi tradizioni, lingue, collezioni storiche, lasciti di concittadini illustri, edifici, memorie e arti che fatichiamo a riconoscere come minori, fungendo da ultimo baluardo sociale. Eppure vengono ignorati: bilanci comunali asfittici privilegiano incarichi al ribasso per evitare concorsi, TFR e stabilità, erodendo esperienze e accentuando i processi di migrazione intellettuale e di fuga dei giovani.
Dati agghiaccianti: in campo museale 8 su 10 lavoratori guadagnano meno di 15mila annui, oltre la metà sotto i 10mila; il 69% ha salari orari sotto 8 euro. Giovani laureati in beni culturali, storia dell’arte, archeologia o museologia – attratti da Firenze, Roma o Venezia – ricevono un messaggio inequivocabile: “andate altrove”. Fughe di talenti verso il privato, l’estero o la gig economy: il turnover diventa elevatissimo, le collezioni si impolverano, le periferie si spengono.
Montelupo è solo l’ultimo caso; da Rutigliano (10mila euro per tre musei) a infiniti bandi analoghi, la prassi è strutturale.
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