Isee d’ufficio, ora gli enti scaricano la dichiarazione dall’Inps: cosa cambia e come funziona
Non dovremo più dare la dichiarazione Isee a un ente: con l’avvenuta pubblicazione del decreto Pnrr in Gazzetta Ufficiale, scatta un nuovo diritto per i cittadini. Ora le amministrazioni devono andare a prendere da sole il dato sul reddito negli archivi Inps, attraverso la Piattaforma digitale nazionale dati (Pdnd). L’obbligo scatta per scuole, università, comuni e altri enti, ad acquisire d’ufficio l’Isee.


Attenzione però: è vero che il diritto è già legge, ma perché diventi anche realtà effettiva bisogna aspettare che l’ente sia in grado di rispettarlo. “Ad oggi non tutti gli enti hanno fatto accordi con il Pdnd, ad esempio mancano 500 Comuni all’appello”, spiega l’avvocato Patrizia Saggini. Pazienza: il sentiero della PA digitale italiana è sempre tortuoso, ma il traguardo ora sembra vicino e, almeno verso i Comuni non piccoli, università e grandi enti, fa già ora la differenza per i cittadini.
Che cos’è l’Isee automatico (e cosa non è)
“Automatico” non vuol dire che l’Isee si genera da solo senza che il cittadino faccia più nulla. La Dichiarazione sostitutiva unica (Dsu) resta il punto di partenza: è il modello con cui la famiglia comunica a Inps composizione del nucleo, redditi e patrimoni, su cui poi l’Inps calcola l’indicatore della situazione economica equivalente. Da alcuni anni la Dsu è già in parte automatizzata grazie alla versione precompilata: accedendo al Portale unico Isee o all’app Inps Mobile, il cittadino trova una Dsu “quasi pronta”, con molti dati fiscali e contributivi precaricati da Inps e Agenzia delle Entrate, e deve solo verificare e integrare ciò che manca.


La vera novità del decreto Pnrr riguarda la fase successiva, cioè l’uso dell’Isee. Finora ogni ente chiedeva al cittadino di allegare l’attestazione alla domanda per mensa, nido, università, bonus locali, agevolazioni tariffarie (in passato persino in pdf; poi si è potuto inserire il numero di protocollo della dichiarazione). In pratica: il cittadino continuerà a dover presentare (o rinnovare) la Dsu, ma non dovrà più girare fisicamente l’attestazione Isee a ogni ufficio né aggiornarla in caso di variazioni. L’indicatore smette di essere un documento in mano all’utente e diventa un dato scambiato tra amministrazioni. Ad esempio vale ogni volta che si chiede: una retta agevolata al nido, una borsa di studio, l’accesso a una graduatoria, una riduzione su Tari o trasporti.


L’Isee in numeri
L’Osservatorio Inps appena pubblicato aiuta a capire l’impatto potenziale di questo passaggio. Nel 2025 le Dsu presentate sono state 11.032.564, circa 662 mila in più rispetto alle 10,37 milioni del 2024. L’Isee medio si è attestato a 17.639,68 euro, con valori più alti nel Nord e più bassi nel Mezzogiorno. Il 3 per cento degli Isee ordinari ha un valore nullo, il 37 per cento è sotto i 10 mila euro (oltre 4 milioni di famiglie), l’11 per cento supera i 35 mila euro. La fascia più affollata è quella tra 5 e 10 mila euro, dove ricade circa il 19 per cento delle Dsu, poco più di 2 milioni di nuclei. Parliamo della platea che più utilizza l’Isee per accedere a prestazioni sociali: assegno di inclusione, bonus bollette, mense scolastiche, esenzioni, università a contribuzione ridotta, sostegni all’affitto. Snellire il modo in cui questo indicatore circola significa semplificare la vita a milioni di famiglie e, allo stesso tempo, dare agli enti un quadro più pulito e aggiornato della domanda di welfare. I vantaggi sono insomma numerosi. Tempo risparmiato per i cittadini e le amministrazioni. Ridotti i rischi di errori ma anche di frodi sull’Isee.
La via incompleta: rischio diseguaglianze
Il quadro, però, non è completo. Il primo limite è che la Dsu non sparisce. Finché una parte rilevante delle informazioni necessarie al calcolo dell’Isee (per esempio la situazione abitativa reale, alcuni patrimoni, la composizione del nucleo in casi particolari) non sarà recuperabile da banche dati certe, il cittadino dovrà continuare a dichiarare ogni anno. Il secondo è la capacità degli enti locali di stare al passo. Integrare la Pdnd richiede adeguamenti software e competenze: i grandi Comuni e le Regioni con strutture Ict interne possono muoversi in fretta, ma migliaia di piccoli Comuni e istituti scolastici dipendono dai fornitori, hanno bilanci limitati e rischiano di arrivare tardi. Come sempre accade con le novità digitali, la differenza di passo può creare diseguaglianze territoriali. Tra i cittadini (e in altri casi, le aziende) che si trovano in aree più sviluppate e tutti gli altri. Obiettivo finale è semplificare tutta la Pa, con il digitale, per tutti. L’Isee acquisito d’ufficio è un importante passo di un percorso ancora lungo.
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