Lo shipping evita Hormuz, in gioco il 20% del petrolio e del Gnl mondiale
L’escalation militare in Medio Oriente comincia a produrre effetti diretti sul commercio energetico globale. Diversi grandi operatori dello shipping internazionale hanno annunciato la sospensione del passaggio delle proprie navi attraverso lo Stretto di Hormuz, uno dei corridoi energetici più importanti al mondo. Da qui transitano circa il 20% dei flussi globali di petrolio e di Gnl, oltre a numerose altre materie prime, tra cui prodotti chimici e petrolchimici – inclusi i fertilizzanti – e alluminio. Il tema è al centro di un nuovo report di S&P Global Ratings, che analizza gli effetti del conflitto sulla catena del valore del settore energetico nei Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Gcc), l’organizzazione che riunisce Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Oman e Bahrein.
Secondo S&P, l’intensità delle operazioni militari sta incidendo direttamente su giacimenti di petrolio e gas, infrastrutture energetiche e catene di approvvigionamento, sia per i possibili danni fisici sia perché le preoccupazioni legate alla sicurezza stanno spingendo alcune aziende a ridurre le attività. I conflitti in corso potrebbero inoltre indebolire la fiducia di consumatori e investitori, con effetti negativi sulla domanda e sui valori degli asset. Tra i possibili canali di trasmissione figurano anche rotte commerciali e di approvvigionamento, prezzi e volumi energetici, flussi di capitale, turismo e movimenti della popolazione.
In questo contesto, gran parte del petrolio che attraversa lo stretto proviene proprio dai Paesi del Golfo: Arabia Saudita (37%), Emirati Arabi Uniti (13%) e Kuwait (10%), seguiti da Iraq e Iran. Per il Gnl la dipendenza è ancora più marcata: il Qatar movimenta circa il 93% dei volumi che transitano nello stretto, mentre gli Emirati Arabi Uniti rappresentano il restante 7%.Tra i gruppi più esposti S&P cita operatori come Qatar Energy, la compagnia di navigazione Nakilat e il gruppo petrolchimico Industries Qatar, oltre ai progetti di esportazione Qatar Energy LNG S2 e S3, che rappresentano una quota rilevante della capacità di export del Paese. Possibili implicazioni potrebbero emergere anche per esportatori sauditi come Saudi Aramco e Saudi Basic Industries Corp.
Esistono alcune rotte alternative, ma con margini limitati. Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono infatti di pipeline che consentono di aggirare lo stretto: il collegamento saudita East-West verso il porto di Yanbu, sul Mar Rosso, e l’oleodotto emiratino che sbocca a Fujairah, sul Golfo di Oman. Tuttavia, queste infrastrutture non operano a piena capacità e, secondo la U.S. Energy Information Administration (EIA), lasciano disponibile una capacità di circa 2,6 milioni di barili al giorno per compensare eventuali interruzioni. La situazione resta più critica per il Qatar, per il quale lo Stretto di Hormuz rappresenta la principale via di esportazione.

Secondo l’analisi, le economie più esposte risultano essere quelle asiatiche, dove – al primo trimestre 2025 – sono transitati attraverso lo stretto circa l’88-90% del greggio e l’85-86% del Gnl. Le principali destinazioni sono Cina, India, Corea del Sud e Giappone per il petrolio e Cina, India, Taiwan, Corea del Sud e Pakistan per il Gnl. In termini assoluti si tratta di 12-13 milioni di barili di petrolio al giorno e circa 9-10 miliardi di piedi cubi di Gnl al giorno.
In uno scenario di interruzioni prolungate, avverte S&P, petrolio e gas russi potrebbero in teoria compensare parte delle forniture mancanti dal Golfo, soprattutto verso i mercati asiatici. La riallocazione non è però immediata: molte raffinerie non sono attrezzate per lavorare greggi con caratteristiche diverse e mancano infrastrutture sufficienti per riorientare rapidamente i traffici. Il quadro è ancora più complesso per l’Europa. Dopo l’invasione dell’Ucraina, l’Unione europea ha imposto sanzioni su diversi prodotti energetici russi e punta a eliminare progressivamente le importazioni di gas russo, incluso il Gnl, tra il 2026 e il 2027. Nel breve periodo le scorte strategiche potrebbero offrire un certo margine di protezione contro eventuali carenze di petrolio. Ma secondo S&P una chiusura prolungata dello stretto si ripercuoterebbe sull’intero mercato energetico globale e sulle società petrolifere e del gas.

Inoltre, l’aumento dei prezzi spot di petrolio e Gnl, legato al premio geopolitico, difficilmente compenserebbe una rapida riduzione dei flussi per gli esportatori. Le aziende che dipendono dalle rotte attraverso lo Stretto di Hormuz restano particolarmente esposte a criticità operative della rete logistica, tra ritardi e deviazioni delle spedizioni, aumento dei costi di nolo e possibili colli di bottiglia in caso di blocco prolungato, con conseguente crescita dei premi assicurativi. Secondo S&P, l’impatto potrebbe estendersi anche alla solidità finanziaria dei principali gruppi energetici della regione: molti di questi operatori sono infatti controllati o sostenuti dagli Stati e un indebolimento delle finanze pubbliche nei Paesi del Golfo potrebbe riflettersi sulla loro qualità creditizia.
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