Economia

Petrolio in tensione: il rischio Hormuz riporta il Brent sopra 80 dollari

Il mercato del greggio sta vivendo un classico “shock da rischio geopolitico”. Dopo l’allargamento del conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran, il Brent è risalito sopra gli 80 dollari al barile, con picchi oltre quota 82, mentre il WTI si è riportato in area 74. Secondo Reuters, a sostenere i prezzi non è solo l’escalation militare, ma soprattutto il timore di interruzioni ai traffici energetici attraverso lo Stretto di Hormuz, la principale arteria petrolifera mondiale, da cui transita circa il 20% del petrolio e del gas naturale liquefatto globale.

BloombergNef quantifica il rischio in modo ancora più netto: sono potenzialmente esposti 14 milioni di barili al giorno, quasi un terzo del greggio trasportato via mare nel mondo. E non si tratta solo di petrolio. Circa il 16% del commercio globale di prodotti raffinati – diesel, jet fuel, nafta, Gpl – passa per quel corridoio. L’impatto sarebbe quindi significativo per il Gpl, cruciale per Paesi come l’India, per la nafta destinata alla petrolchimica asiatica e per il carburante aereo, con l’Europa particolarmente esposta. Anche un semplice rallentamento dei transiti o la cancellazione delle coperture assicurative, già segnalata da Reuters, è sufficiente a generare un immediato “premio per il rischio” sui prezzi.

Wood Mackenzie aggiunge un elemento decisivo: non sarebbe solo uno shock di offerta, ma un doppio shock. Primo livello, l’interruzione dei flussi correnti attraverso Hormuz. Secondo livello, la possibile inutilizzabilità di parte della capacità aggiuntiva Opec+, che molti produttori del Golfo esportano proprio attraverso quello stretto. In sintesi, potrebbero esserci barili disponibili ma non esportabili.

Secondo gli analisti della società, se i flussi non venissero rapidamente ripristinati il Brent potrebbe superare quota 100 dollari. In uno scenario estremo e prolungato, le stime arrivano a 120-150 dollari al barile, richiamando i primi giorni della guerra Russia-Ucraina, quando il greggio superò i 125 dollari.

La partita, come detto, riguarda anche il gas naturale liquefatto: circa il 20% del Gnl globale transita per Hormuz, in gran parte dal Qatar. Wood Mackenzie stima che ogni settimana di blocco possa mettere a rischio oltre 1,5 milioni di tonnellate di Gnl. In caso di interruzione prolungata si riaccenderebbe la competizione tra Asia ed Europa per i carichi alternativi, con stoccaggi europei già sotto la media stagionale. Il paragone con il 2022 è inevitabile, anche se una replica di quei picchi estremi appare meno probabile.

Intanto salgono anche i futures di diesel, benzina e gasolio. Il Medio Oriente è un hub centrale non solo per l’estrazione ma anche per la raffinazione: eventuali attacchi a impianti o terminali avrebbero effetti rapidi sui carburanti, più visibili per consumatori e imprese rispetto al greggio.

Per l’Europa la vulnerabilità è accentuata dalle sanzioni sui prodotti russi, che hanno già ristretto il mercato del diesel. Una nuova tensione sui flussi dal Golfo costringerebbe a ulteriori riallocazioni delle rotte commerciali.

La variabile decisiva resta il tempo. Uno shock di pochi giorni può essere assorbito; settimane di incertezza, con noli e premi assicurativi in aumento, avrebbero un impatto ben più profondo. Oggi i prezzi non riflettono una carenza fisica immediata, ma la possibilità che si materializzi. È questa incertezza, più ancora dei barili mancanti, a sostenere il greggio su livelli elevati.


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