Sport

«Lo sport e l’inclusione antidoti contro le guerre»


È frustante pensare che nel XXI secolo gli esseri umani non sappiano risolvere i problemi con il dialogo, anche perché credevo che l’esperienza della pandemia, nemico globale di tutti, avrebbe innescato una mentalità diversa. Le guerre creano migliaia di disabili, militari e civili, e lo sport – senza necessariamente puntare al professionismo – è per loro modo per inserirsi di nuovo nella società, trovare una nuova vita. Lo scopo del movimento paralimpico, che è nato dopo il Secondo conflitto mondiale per aiutare la riabilitazione dei militari, non è solo sport di alto livello ma, tramite gare e atleti, mostrare che lo sport dà benefici mentali e fisici a tutti, ogni giorno.

Negli ultimi anni, molti sponsor si sono legati all’Ipc. Perché?

Il programma di sponsorizzazione dell’Ipc è legato a quello del Cio, il Comitato olimpico internazionale: è il potere dello sport. In generale, è vero che molte aziende condividono i nostri valori, il cambiamento che i nostri atleti ispirano, la loro capacità di parlare a tutti su un campo di gioco, ma anche nelle case, nelle scuole, nei luoghi di lavoro. La speranza che offriamo catalizza le attenzioni: perché chi non vorrebbe un mondo migliore e a misura di tutti?

All’Arena la cerimonia di chiusura di Giochi e l’apertura della Paralimpiade. Mondo olimpico e paralimpico sono pronti a organizzare insieme i Giochi?

Il modello attuale è il migliore possibile, ci completiamo a vicenda. Più riusciamo, dal punto di vista infrastrutturale e logistico, a sostenerci a vicenda, più i due mondi traggono vantaggi. Penso che sia la migliore opzione. Le cerimonie all’Arena sono un buon esempio di come massimizzare le opportunità.


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