Trentino Alto Adige/Suedtirol

Addio a Giovanni Ravagnolo, il tennis della tradizione – Bolzano



BOLZANO. «Guarda, cambiati. In campo si scende solo in bianco..». Quante volte l’avrà detto. «Amava quel tennis. Teneva in piedi la tradizione» dice Walter Basso. Un tennis candido e stirato che stava a fianco di qualcosa di molto simile all’educazione. Stringersi la mano alla fine della partita, non imprecare dopo un punto subito, essere leali, magari evitando di cancellare quel segno che aveva sfiorato la riga facendo finta di nulla. Il tennis come invito ad una vita migliore. Questo ha provato a fare per tutta la sua Giovanni Ravagnolo (nella foto, è al centro tra Nicola Pietrangeli e Barry Phillips-Moore) tra vent’anni di presidenza del Tennis club. Quello storico, stretto tra i sempre pochi campi di via Martin Knoller, con ancora quel gazebo liberty ad occhieggiare sul primo in terra rossa dal 28 novembre del 1929.

Se ne è andato così, a 95 anni, forse l’ultimo testimone di quella stagione gentile che già nel 1969, quando fu eletto alla guida del circolo, stava scivolando via per diventare quella un po’ scamiciata di oggi. Walter Basso, il più bravo tennista bolzanino della storia, era cresciuto lì, col papà che faceva il custode e, appena ha iniziato a farsi largo tra i migliori, si è trovato davanti Giovanni Ravagnolo. “Aveva il rigore scritto in fronte – ricorda commosso – onesto fino al midollo. Ma anche duro come il legno”. Christoph Laichner, che oggi siede sulla poltrona di presidente, la stessa che Ravagnolo tenne dal ’69 all’89, faceva il raccattapalle quando dell’uomo tutto d’un pezzo si aggirava negli spogliatoi per poi guardare dritto negli occhi i ragazzi delle scuole tennis: “Era la tradizione con la “t” maiuscola. Di più, una istituzione. Difficile discutere con lui eh, questo sì, e non era mai il momento giusto”.

Una presenza, quella di Ravagnolo, continua Laichner “proprio negli anni di passaggio dal tennis classico a quello contemporaneo, quando qualcosa si stava allentando anche nei comportamenti”. I nuovi lo salutavano con il lei. Quando uno si presentava a fare domanda di ammissione la risposta era: “Chieda ad almeno tre altri già soci”. Se ti appoggiavano entravi, se no arrivederci all’anno dopo.”Il presidente più longevo – dice di lui Alberto Pasquali, un altro che ha passato una vita al circolo – appartenente a quella stagione dai nomi storici, da Wagmeister a Mohovic a Giannelli. Ravagnolo stava in quel solco di serietà che faceva tutt’uno con un tratto che sapeva sempre di rigore. Soprattutto morale”. Certo, ci stavano le discussioni, anche feroci: “Ne ricordo una – svela Walter Basso – dove si trattava di scegliere se aprirci alle sponsorizzazioni. Per Giovanni quasi uno scandalo, come fosse vendersi. Per me e per Carlo Azzolini, allora nel direttivo un modo per parare i colpi della concorrenza e far capire al Comune che potevamo organizzare grandi tornei e mantenere una squadra di B”.

Quel progetto alla fine passò. Ravagnolo amava il suo circolo e avrebbe fatto mille passi indietro in cuor suo. Ma doveva combattere per la sua idea di sport evidentemente. Per un tennis puro fino alle corde della racchetta. Riuscì ad inaugurare il quarto campo – il cui terreno è poi stato venduto qualche anno fa ad una immobiliare dal Comune – perchè con solo tre si stava stretti. È per questa vita in piedi che, solo poco tempo fa, l’allora nuovo presidente Paolo Bonvicini premiò Ravagnolo, nel mentre si raccontava di nuovi ottanta ragazzi presi nella scuola del circolo: «Non mi fate commuovere» disse. Ma, forse per la prima volta, si commosse. P.CA




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