Cambio di regime: realtà e rischi in Iran
02.02.2026 – 11.00 – In queste ore di tensione altissima in Medio Oriente, mentre si moltiplicano le analisi su un possibile cambio di regime a Teheran, Federico Donelli, docente di Relazioni internazionali all’Università di Trieste, invita alla prudenza. Parlare oggi di crollo della Repubblica islamica, sostiene, è più che prematuro. Anche di fronte a colpi durissimi ai vertici politici e militari, l’Iran resta un sistema molto più strutturato e resiliente di quanto spesso lo si immagini.
L’idea che l’eliminazione o l’indebolimento della guida suprema possa automaticamente aprire la strada a un nuovo assetto politico è, secondo Donelli, una pericolosa semplificazione. La Repubblica islamica non è costruita attorno a un solo uomo potente e tirannico, ma su una rete di poteri che si intrecciano: istituzioni religiose, apparati militari, organismi di controllo e strutture amministrative. È un equilibrio complesso e ben coeso, che negli anni ha dimostrato capacità di adattamento anche sotto pressione, dalle sanzioni internazionali alle proteste interne.
Il paragone con altri contesti, come quello venezuelano, non regge fino in fondo. In sistemi più personalistici, la caduta del vertice può produrre fratture rapide e difficili da ricomporre. In Iran, invece, il potere è distribuito in modo più articolato. Accanto alla Guida suprema operano il Consiglio dei Guardiani, l’Assemblea degli Esperti, il presidente, il Parlamento e soprattutto i Pasdaran, che assieme ad essere una forza armata è un attore economico e politico di primo piano. Questa stratificazione rende meno probabile un collasso improvviso.
Non significa che il Paese sia immune da trasformazioni. Le tensioni sociali esistono, così come una domanda di cambiamento che attraversa soprattutto le generazioni più giovani. Tuttavia, osserva Donelli, un eventuale mutamento profondo difficilmente nascerebbe da un intervento esterno o da un semplice vuoto di leadership. La società iraniana è attraversata da sensibilità diverse, e non necessariamente pronta ad accettare soluzioni percepite come imposte da poteri esteri.
C’è poi una dimensione regionale da non sottovalutare. Gli equilibri tra Iran, Israele e monarchie del Golfo sono delicatissimi. Nessun attore dell’area può permettersi un’esplosione incontrollata dell’Iran, con il rischio di frammentazione interna e instabilità ai confini. Anche per questo, l’ipotesi di un “regime change” rapido e lineare appare più uno slogan politico che uno scenario realistico nel breve periodo.
La storia recente insegna che i sistemi politici autoritari possono apparire solidi fino a quando non lo sono più, ma anche che possono sopravvivere a shock che dall’esterno sembrano fatali. Nel caso iraniano, conclude Donelli, la struttura istituzionale costruita in oltre quarant’anni di Repubblica islamica rappresenta un fattore di continuità. Le dinamiche interne all’élite, le procedure di successione previste e il ruolo degli apparati di sicurezza sono elementi che tendono a contenere le spinte centrifughe.
Per questo, più che inneggiare gioiosi sin da subito per un presunto cambio di regime, oggi sarebbe più cauto parlare di una fase di transizione e di ridefinizione degli equilibri interni. Capire in che direzione andrà l’Iran richiederà tempo, attenzione ai dettagli e una mentalità più consapevole piuttosto che sognante.
[e.c.]




