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Sanremo 2026, Sal Da Vinci, o della rivincita dell’underdog

Sal Da Vinci vince Sanremo 2026 con “Per sempre sì”, ma la vera protagonista della serata finale è stata la noia. La storia di un uomo che non doveva vincere e invece ha vinto tutto. La rivincita di un outsider e di cinquanta anni di mestiere


EBBENE sì anche per quest’anno abbiamo bagnato i piedi nel fiume carsico della maldicenza musicale, la laica redenzione dei nostri cattivi pensieri nel nome del trash in note e suoni, l’epifania di noi prescelti nel decretare chi, cosa perché e per come. Insomma abbiamo visto, letto, ascoltato, commentato, la 76ª edizione del Festival della Musica Italiana, Sanremo per gli amici.

SANREMO 2026, 76 ANNI DI UN ATAVICO STILEMA

Settantasei anni di un divano da salotto buono a cui ogni febbraio viene tolta la plastica e messo lì, come chiesa al centro del paese, a disposizione di tutti, anche di quelli che «signora mia io non lo guardo mica eh, io solo film uzbeki, sottotitolati in cambogiano». Un mobile antico, un atavico stilema, che vive di nuova linfa grazie ai cellulari, smartphone per voi giovani, ai degenerati e denigrati social, sì grazie a noi, le legioni di imbecilli cui internet ha dato la parola (che poi Eco ben altro avrebbe detto, ma questa vita è una catena fatta di aforismi quindi eccallà, il danno è fatto).

Sanremo social è un bagno di sangue, il fight club delle trasmissioni tv, un gabbie aperte e animali feroci liberi in città. Qualunque cosa si muova sullo schermo viene impallinata in un post, tweet, stories, meme. Si guarda solo per dire quanto tutto faccia schifo. Canzoni, sketch, mise, ospiti. Una Quaresima laica nazionalpopolare. Un collettivo rito di espiazione, da cui uscire rinnovati. E più sereni. In pace in un mondo che pace non conosce.

SAL DA VINCI, L’OMAGGIO DI CARLO VERDONE

Oltre alla noia, in questi giorni usati, in queste notti bruciate, una nota a parte la merita Sal Da Vinci o della riscossa dell’underdog. L’uomo che non doveva vincere (e invece ha vinto tutto)

Lo ha omaggiato persino Verdone. Ricordando dei provini per Troppo Forte. Era il 1985, stavo facendo il casting di “Troppo forte” – ha scritto Verdone – e mancava il ruolo del più giovane del gruppo, l’unico che mi avrebbe voluto bene senza mai prendermi in giro. Si presentò un ragazzetto col papà. Venivano da Napoli, il padre Mario era un cantante ed attore di sceneggiate. Sal, giovanissimo, mi sembrava molto sveglio, molto educato e già con un atteggiamento da professionista. Caro Sal Da Vinci, i miei complimenti e un abbraccio sincero. Oggi Troppo Forte sei tu».

SAL DA VINCI, L’UNDERDOG CHE DIMOSTRA LA PRATICA DEL CREDERCI SEMPRE, ARRENDERSI MAI

La storia di Sal Da Vinci è la perfetta parabola del crederci sempre, arrendersi mai. Una di quelle storie che gli italiani si raccontano quando sono in vena di autoindulgenza, e che però, rara volta, oggi corrisponde al vero.
Quando l’elenco dei big in gara è stato annunciato, la vittoria di Sal Da Vinci era quotata a 30,00. Trenta. Considerato poco più di una comparsa, scelto dal 3% degli utenti delle principali piattaforme di scommesse. Trentuno su cento avrebbero puntato su di lui? Probabilmente no. Era lì come presenza simpatica, come faccia conosciuta, come il napoletano buono che fa tenerezza. Un elemento di colore. Una citazione. La variabile che non cambia i risultati.
E invece.

NATO A NEW YORK, CRESCIUTO A MERGELLINA

Sal Da Vinci è nato a New York nel 1969 perché suo padre, Mario Da Vinci, era in tournée negli Stati Uniti quando sua madre lo raggiunse. È cresciuto a Mergellina, a Napoli, nella zona della Torretta. Si è esibito per la prima volta davanti a un pubblico pagante a sei anni. Sei anni. Quando la maggior parte dei bambini italiani stava ancora cercando di allacciarsi le scarpe da soli, lui era già sul palco con suo padre, a fare sceneggiate. Ha debuttato nel 1976 incidendo un disco in duetto con il padre, ha fatto cinema con Carlo Verdone e Alberto Sordi a soli diciassette anni, ha costruito una carriera lunga mezzo secolo tra musica, teatro e televisione.

CINQUANTA ANNI DI MESTIERE

Cinquant’anni di mestiere. Cinquant’anni a fare questo lavoro mattone dopo mattone, senza mai sfondare del tutto, senza mai essere il primo nome sulla locandina, senza mai essere quello di cui si parla. Fino a Rossetto e caffè, fino all’estate scorsa, fino a Sanremo 2026. Ha trionfato con il 23,6% dei voti, mettendo tutti d’accordo: addetti ai lavori, critica, pubblico, social. Una formula chimica impossibile da replicare, secondo TV Sorrisi e Canzoni. Impossibile da replicare, sì, ma non impossibile da capire. Perché quello che ha fatto Sal Da Vinci in questa settimana non è stato cantare bene una canzone. È stato ricordare a tutti che si può ancora credere a qualcosa. A Per sempre sì, ad esempio.

SAL DA VINCI E QUELLO CHE L’ALGORITMO NON PREVEDE

C’è un tipo di persona che Sanremo fa emergere una volta ogni tanto, e che nessun algoritmo sa prevedere: la persona che non recita la parte del vincitore, che non ha studiato la mossa giusta sui social, che non ha la squadra di comunicazione di trentasei persone, che non è uscita da un talent a ventitré anni con la fame e la tecnica e il piano editoriale già costruito. La persona che ha semplicemente continuato a fare il suo lavoro per cinquant’anni, senza smettere di crederci, senza diventare cinica, senza diventare disincantata. Il grande segreto di Sal, secondo chi lo conosce, è proprio questo: la sua capacità di costruire mattone dopo mattone un successo solidissimo senza mai perdere lo stupore.

IL PIANTO SUL PALCO DI SANREMO 2026

Quando ha pianto sul palco dell’Ariston, stava piangendo cinquant’anni di vita. Sudati, da ginocchia sbucciate e sanguinanti. Di mestiere e lavoro. E noi, che stavamo guardando da casa annoiati, abbiamo smesso un momento di essere annoiati.
Ha vinto Sal Da Vinci con Per sempre sì, ed è giusto così, nel senso che è giusto che a vincere sia qualcuno con una voce vera, un mestiere costruito fuori dai talent, una canzone che sa di Napoli e di promessa, di quelle promesse che si fanno davanti a Dio e davanti alla famiglia riunita in platea. Che è stato poi il plot twist di questo intero Sanremo. Sal Da Vinci ha pianto. Ha detto di non capire niente. È napoletano, ha una voce enorme, e la gente a casa l’ha votato. Difficile trovare qualcosa da obiettare, e infatti non obiettiamo niente.

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SANREMO 2026, QUELLO CHE L’ARISTON NON DICE

Trent’artisti sono saliti sul palco, hanno cantato, ringraziato, sono scesi. Un’orchestrina che suona e Carlo Conti sorride, non ride, sorride. Perché Carlo Conti sorride sempre, anche quando annuncia che nel mondo sta per scoppiare una guerra, lo ha fatto anche ieri sera, sabato 28 febbraio 2026, con una sobrietà ammirevole, quasi una nota a piè di pagina tra una canzone e l’altra: da una parte festeggiamo, dall’altra c’è un grande momento di sofferenza. E poi avanti col numero ventidue, Luché con Labirinto.

PERCHÈ SANREMO È SANREMO

Ecco. Questo è Sanremo. Questo è sempre stato Sanremo. La guerra sullo sfondo, il melodramma in primo piano. Gino Cecchettin sul palco per le donne uccise, un minuto di silenzio, poi Conti che lo chiama “Giulio” per un lapsus che dice molto sull’attenzione con cui siamo stati capaci di tenere insieme le cose questa settimana. Le madri, piante, ricordate, amate, omaggiate. Il Festival come contenitore universale di tutto: pace, guerra, amore, femminicidio, FantaSanremo, Dargen D’Amico a piedi nudi perché guadagna dieci punti nel fantasy game.

C’è dentro tutto. Ed è proprio per questo che, alla fine, non c’è dentro niente. E questo fa molta paura.

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