Castro Grueso: «La scherma è come gli scacchi: in pedana rido perchè me la godo»
«Se po’ ffà». Si può fare, con inconfondibile accento romano. È la cosa che Amelio Castro Grueso – schermidore paralimpico colombiano, che ha partecipato ai Giochi di Parigi 2024 nella squadra dei rifugiati – ripete più spesso. «A volte vedo che la gente è un po’ pessimista. Io invece voglio vincere, per dimostrare che se po’ ffà», ride. Perchè per lui «le sfide sono benzina» e lo fanno diventare creativo. «Se credi che qualcosa è possibile, ti metti in condizione di lottare: è il modo migliore per affrontare ogni cosa», dice. Qualche giorno fa, a Pisa, nella tappa italiana della Coppa del Mondo di Scherma paralimpica, si è aggiudicato un bronzo nella sciabola – in categoria B, quella per atleti paraplegici non deambulanti – e un argento nella spada. «Ho battuto anche il britannico Dimitri Coutya, che a Parigi ha vinto l’oro», racconta con orgoglio, «non ce l’avrei mai fatta se non l’avessi pensato possibile».
La proposta di cittadinanza italiana
Per lui il Governo ha deciso di chiedere al presidente della Repubblica il conferimento della cittadinanza italiana «per meriti speciali». «Il Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’interno Matteo Piantedosi, vista la richiesta di attivazione della procedura di concessione della cittadinanza italiana avanzata dal Ministro per lo sport e i giovani Andrea Abodi e in considerazione del parere favorevole del Ministro degli affari esteri e della cooperazione internazionale Antonio Tajani, ha deliberato di proporre al Presidente della Repubblica il conferimento della cittadinanza italiana, per meriti speciali, al sig. Amelio Castro Grueso», si legge in un comunicato di palazzo Chigi.
L’infanzia in Colombia, l’incidente, la fede e la scherma
Classe 1992, Amelio Castro Grueso, è originario di Calì, nella valle del Cauca, sulle Ande. A 16 anni ammazzano la sua mamma «perché in Colombia c’è una situazione molto difficile», racconta. «C’è tanta violenza, anche perchè tutti subiscono perdite fin da piccoli e crescono con la voglia di vendicare: madri, fratelli, padri. Ma se non perdoni, rischi di finire ucciso pure tu», mette in guardia.
A vent’anni, dopo un’incidente d’auto, perde l’uso delle gambe e la famiglia lo abbandona. È arrabbiato, molto. «Ma in ospedale sperimento la Grazia di Dio e reagisco», racconta. La sua non è «una fede da illuso: io credo perchè vedo, Dio lo vedo nel fare e nelle persone che mi mette accanto». Decide di scrivere un libro per spronare anche gli altri a reagire. «Quando soffriamo pensiamo sempre che siamo gli unici, ma ognuno ha la sua lotta. E non chiudersi in sè stessi è l’unico modo per affrontarla», dice. Stare seduto su una sedia a rotelle, però, non è un motivo sufficiente perchè qualcuno ti legga. Allora si dedica allo sport. «Ho provato il basket, ma non mi piaceva», ammette. «La scherma, invece, è come gli scacchi: veloce, strategica. È bella per questo», continua. Anche il fatto di essere circondato da persone di cultura, «che parlano tante lingue e sono sempre vestite di bianco, con la divisa in ordine, che portano rispetto» non gli dispiace per niente.
Durante una competizione a cui partecipa la nazionale italiana di scherma, conosce il tecnico azzurro Daniele Pantoni, che diventerà per lui un punto di riferimento anche fuori dalla pedana. Nel suo paese d’origine Amelio prova a fare la differenza lavorando nel sociale, con i ragazzi di strada. Perchè in quella regione «un po’ particolare» il governo «non è che arriva con tantissime proposte, quindi i gruppi criminali approfittano di questo buco per trascinare bambini e ragazzi dalla loro parte, per fare il loro business», spiega. E lui vuole mostrare un’alternativa possibile. Anche se ha perso tanto, come loro. Forse pure un po’ di più. Ma questo suo impegno con i giovani lo porta a ricevere minacce, così deve lasciare la Colombia. È il settembre del 2022.
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