Referendum giustizia, a Savona il confronto tra “sì” e “no” fa il pieno di pubblico: dibattito acceso e interventi di alto livello
Savona. L’interesse attorno al referendum sulla giustizia cresce. E la prova è arrivata ieri sera, venerdì 27 febbraio, anche a Savona: sala gremita, quasi 150 persone presenti tra pubblico e relatori, mentre in tv andava in onda il Festival di Sanremo, che com’è noto, tiene incollata mezza Italia allo schermo. Non proprio la serata più semplice per organizzare un incontro pubblico. E invece la Sala “Caduti di Nassiriya” del Palazzo della Provincia era piena di persone rimaste quasi tutte sino alla fine ad ascoltare.
E non stiamo parlando di un tema leggero. Il referendum sulla giustizia, in programma il 22 e il 23 marzo prossimi, è una questione soprattutto per addetti ai lavori: entra nei meccanismi della magistratura, richiama articoli della Costituzione e norme poco conosciute ai più. Eppure l’attenzione non è mai calata. Un segnale importante: quando il confronto è pluralista e di livello, i cittadini rispondono.
L’incontro, promosso dalla Fondazione Farefuturo con l’associazione “Amici della libertà”, è stato moderato dal giornalista della redazione di IVG Nicola Seppone. Presenti in prima fila anche il presidente del Tribunale di Savona, Lorena Canaparo, e, accanto a lei, il futuro presidente del tribunale savonese Michela Tamagnone, che entrerà in servizio a marzo.

Lorena Canaparo, presidente del Tribunale di Savona, e Michela Tamagnone, prossimo presidente del tribunale savonese
Tre i grandi temi affrontati: separazione delle carriere e formazione dei magistrati, doppio Consiglio superiore della magistratura (uno per i giudici e uno per i Pubblici Ministeri) con sistema di sorteggio, e alta corte disciplinare.
Il primo blocco, quello sulla separazione delle carriere, è stato il più acceso. Ad aprire la serata è stato l’avvocato ed ex parlamentare Enrico Nan, che ha ricordato: “Questo referendum inciderà sulla vita sociale del nostro paese. Sono entrato in Parlamento nel ’94 e già si parlava di riforma della giustizia, oggi c’è qualcosa di concreto su cui confrontarsi. Il ruolo del cittadino a questo voto è molto importante, per questo abbiamo voluto invitare dei relatori di altissimo livello, che si confronteranno sui vari temi. È un incontro rivolto a chi non ha ancora deciso e speriamo possa aiutare tutti ad avere le idee più chiare”.
Poi è intervenuto subito Felice Giuffrè, componente del Consiglio superiore della magistratura: “Non è la distinzione delle funzioni il problema, ma la comunanza del percorso professionale. I magistrati si formano allo stesso modo, fanno lo stesso concorso e la loro carriera è gestita da organi comuni per giudicanti e requirenti. Le regole non sono fatte per i santi, ma per i diavoli: se fossimo tutti santi non ci sarebbe bisogno dell’ordinamento giuridico. Siccome abbiamo in gioco le libertà e i diritti dei cittadini, non possiamo affidarci alla correttezza personale, ma a regole organizzative che assicurino davvero la parità tra accusa e difesa”.
Subito dopo è intervenuto Alberto Landolfi, già magistrato, prima a Savona e poi a Genova, con una posizione molto critica: “Sono meravigliato e sono contrarissimo al conferimento di un contenuto politico al referendum: non possiamo accettare il condizionamento politico e il forzoso inserimento di significati impropri”. Landolfi ha richiamato il principio della terzietà del giudice:
“Quando il legislatore costituzionale scrive che i giudici sono soggetti soltanto alla legge, parla di giudici, non di magistrati in generale. Il giudice deve essere terzo e imparziale, arbitro assoluto. Questo è il punto centrale. Il principio di unione delle carriere è stato un principio fondante del fascismo, e questo dovrebbe far riflettere. Il giudice deve essere distinto, deve essere percepito come distinto”.
A seguire è arrivato l’appassionato intervento di Enrico Morando, tra i fondatori del Partito Democratico, più volte parlamentare, ed esponente della sinistra liberal, che ha annunciato il suo Sì al referendum: “La domanda cruciale che dobbiamo farci è questa – ha detto Morando -. Ci sono gli addetti ai lavori che sanno approfondire ogni aspetto della riforma, ma al referendum votano i cittadini elettori. Dobbiamo fare uno sforzo per andare al nocciolo della questione assumendo il punto di vista del cittadino. Il cittadino ha interesse alla separazione delle carriere? Questa è la domanda. A mio parere ha interesse, perché il cittadino ha diritto ad avere un processo penale giusto. La Costituzione, all’articolo 111, dice che il processo è giusto quando si svolge nel contraddittorio tra le parti, a condizioni di parità, di fronte ad un giudice terzo e imparziale. Imparziale è una qualità soggettiva, terzo è un dato oggettivo. La terzietà deve essere garantita dal sistema, non solo dalla bontà d’animo delle persone”.
Di segno opposto l’intervento di Emilio Gatti, già magistrato su entrambi i fronti: “Sono assolutamente contrario alla separazione delle carriere. Io ho fatto due volte il giudice e due volte il PM, ho visto entrambe le realtà. Io non sono mai cambiato. Credo che il giudice si debba presumere onesto e imparziale, altrimenti che ci va a fare a fare il giudice?”. Per Gatti la vera questione è un’altra: “La separazione delle carriere è un cavallo di Troia, ma il vero problema è lo sdoppiamento del CSM e l’estrazione a sorte dei suoi componenti. Io credo che fare entrambe le funzioni dovrebbe essere obbligatorio, per far crescere professionalmente il magistrato. La cultura della giurisdizione si costruisce conoscendo entrambe le prospettive”.
Infine Riccardo Crucioli, giudice penale a Genova, per il “no”, ha chiuso la serie di interventi dedicati al tema delle separazione: “In che modo la separazione delle carriere inciderebbe concretamente sui cittadini? In nessun modo. Sull’equilibrio tra accusa e difesa? In nessun modo”. Il giudice genovese ha ricordato che i passaggi tra funzioni sono rarissimi: “Lo 0,4% dei magistrati passa dalla carriera del PM ai giudici e viceversa. Le funzioni sono già separate nei fatti. Non c’è alcuna carriera come si immagina. Noi non possiamo aspirare a diventare qualcosa di più: dobbiamo solo applicare la legge”. E ha aggiunto: “La nostra indipendenza consiste nel fatto che le nostre decisioni sono giudicate da altri giudici, non da nessun’altra persona. La separazione delle carriere non è il tema fondamentale, il punto vero è la riforma del CSM e soprattutto l’alta corte disciplinare”.
Il confronto è stato serrato, con repliche e controrepliche, ma sempre su un piano di rispetto e soprattutto di contenuti mai banali. Un dibattito di altissimo livello, grazie alla qualità dei relatori di entrambe le parti, che hanno portato argomenti, riferimenti normativi e visioni diverse senza semplificazioni.
Alla fine della serata è stato riservato uno spazio dedicato alle domande provenienti pubblico intervenuto in sala. Diversi i cittadini che hanno preso la parola per rivolgere alcune domande ai vari relatori.
L’immagine che resta del convegno savonese è quella di una sala piena a testimonianza di un tema, quella dell’imminente referendum sulla giustizia, che appassiona più delle attese e nonostante gli inevitabili tecnicismi del caso.




