Economia

Pensioni, la spesa continua a salire. E il calo dal 2040 è tutto da verificare

a cura di Enrico Franzetti

** Nei prossimi anni, secondo l’ultimo rapporto della RGS, il pensionamento dei baby boomers e il calo degli occupati porteranno la spesa pensionistica su Pil dall’attuale 15,2% al 17% nel 2040. Dopo il 2040, il rapporto scenderebbe per l’estensione del sistema contributivo e la revisione dei coefficienti di trasformazione che, a parità di contributi versati, ridurranno la pensione media. Ma il calo dipende in modo cruciale da ipotesi ottimistiche sulla produttività, che dovrebbe crescere a tassi molto superiori a quelli degli ultimi anni, e su altre determinanti del rapporto tra pensioni e Pil. Ad oggi, la spesa pubblica italiana per pensioni è la più alta tra i Paesi OCSE. Ciò dipende dalla lunga aspettativa di vita al pensionamento e (finora) dall’elevato rapporto tra pensione media e stipendio medio. Anche considerando la sola spesa previdenziale l’Italia è prima in UE.

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Lo scorso dicembre la Ragioneria Generale dello Stato (RGS) ha aggiornato le sue previsioni sulle tendenze di medio-lungo periodo della spesa pensionistica. [1] Questa nota analizza tali previsioni e confronta la spesa italiana con quella di altri Paesi, anche alla luce di nuovi dati OCSE appena pubblicati.

Le previsioni

Le attuali previsioni sono in linea con quelle di dicembre 2024 (Fig. 1).[2] Nei prossimi anni la spesa pensionistica sul Pil aumenterà dal 15,2% nel 2025 al 17% nel 2040, per poi scendere gradualmente fino al 14% nel 2070.

Fino al 2040, la spesa crescerà perché il numero delle pensioni aumenterà per il pensionamento dei baby boomers, mentre gli occupati diminuiranno nonostante l’innalzamento dei requisiti per il pensionamento (Fig. 2).[3] Il rapporto tra numero di pensioni e numero di lavoratori arriverà così a 0,95 nel 2050, quasi 0,2 punti sopra il livello attuale: il numero di pensioni sarà quindi quasi uguale a quello dei redditi da lavoro (Tav. 1).

Dopo il 2040, il rapporto tra spesa pensionistica e Pil inizia a scendere principalmente per il calo del rapporto tra pensione media e Pil per occupato. In parte, come spiega la RGS, questo calo riflette l’estensione del sistema contributivo a tutti i lavoratori e la revisione dei coefficienti di trasformazione: il tasso di sostituzione (ossia il rapporto tra pensione e ultimo stipendio ricevuto) per un lavoratore dipendente che ha versato contributi per 38 anni è previsto scendere infatti di 13 punti percentuali (dal 71,9% nel 2030 al 58,5% nel 2070, Tav. 2). Per gli autonomi la riduzione prevista del tasso di sostituzione è invece minore. Il calo del rapporto verrebbe solo in parte compensato dall’aumento degli anni di contribuzione legato all’aumento dell’età di pensionamento.[4]

Tuttavia, le previsioni della RGS sono basate su ipotesi ottimistiche sull’andamento del Pil per occupato, ossia della “produttività”, nei termini usati dal rapporto della RGS. Il tasso di crescita della produttività in Italia è stato dello 0,12% medio annuo nel decennio 2015-2025, ma si prevede che aumenti fino all’1,4% nel 2050 per poi scendere all’1,3%. Nel complesso, la produttività dovrebbe crescere nei prossimi quarantacinque anni a un tasso annuo quasi nove volte superiore a quello degli ultimi dieci (1,04% contro 0,12%).[5]

Ottimistiche anche le previsioni sul miglioramento del tasso di fecondità (cioè il numero medio di figli per donna), che contiene il peggioramento del bilancio demografico tra pensionati e lavoratori. Gli aumenti del tasso di crescita della produttività e del tasso di fecondità non sono le uniche ipotesi ottimistiche delle previsioni RGS: il tasso di attività è previsto crescere, il tasso di disoccupazione resterebbe costantemente sotto il 6% e un flusso regolare di migranti continuerebbe a persistere fino al 2070 (Tav.1).

La spesa pubblica per pensioni nel confronto internazionale

Come si colloca la spesa pubblica per pensioni italiana rispetto a quella degli altri Paesi? Aiuta a rispondere a questa domanda il rapporto OCSE Pensions at a glance 2025, pubblicato nel novembre scorso.[6] Nel 2023, la spesa pensionistica pubblica in Italia era al 15,5% del Pil, la più alta tra i Paesi OCSE, contro una media di 8,8%.

I confronti internazionali sulla spesa pensionistica sono spesso criticati perché sono tipicamente effettuati al lordo del prelievo fiscale, non riflettendo quindi il livello di tassazione delle pensioni, che è elevato in Italia, il che ci penalizzerebbe nel confronto. Il rapporto OCSE riporta però anche la spesa pensionistica al netto del prelievo fiscale, anche se solo per dati relativi al 2021-23. In effetti, l’Italia era il Paese con la differenza più alta tra spesa pensionistica lorda e netta (3,1 punti di Pil, contro una media OCSE di 0,7). Ma anche al netto del prelievo fiscale eravamo al secondo posto, dietro alla Grecia (Fig. 4).

Da cosa dipende l’elevata spesa pensionistica italiana? Questa riflette, innanzitutto, la durata delle pensioni. Al momento dell’uscita dal mercato del lavoro l’aspettativa di vita in Italia è di 20,7 anni per gli uomini e 25 per le donne (contro una media OCSE di 18,6 per gli uomini e 22,8 per le donne, Figg. 5 e 6). La durata del pensionamento in Italia è l’ottava più elevata tra i Paesi OCSE sia per gli uomini che per le donne.

L’Italia è però ai primi posti anche per pensione media in rapporto allo stipendio medio.[7] Nel 2023, il rapporto in Italia era al 69%, al secondo posto in UE dopo la Grecia e 26 punti sopra la media (43%, Fig. 7).

Spesa previdenziale e assistenziale

Una seconda ragione per cui i confronti internazionali sul rapporto tra spesa pensionistica e Pil sono criticati è che essi includono, oltre a una componente “previdenziale” (legata ai contributi versati), anche una componente “assistenziale” e che, se si escludesse quest’ultima, il posizionamento dell’Italia migliorerebbe.[8] Ovviamente, le classifiche internazionali considerano definizioni omogenee di spesa pensionistica e comprendono parte della spesa assistenziale per tutti i Paesi. Ci sono poi almeno due ragioni per non tracciare una distinzione netta tra previdenza e assistenza.

La prima è che l’obiettivo dei confronti internazionali è valutare quanto l’erogazione di un reddito a chi ha smesso di lavorare incide sui conti pubblici, indipendentemente dal motivo del pensionamento. La seconda è che la distinzione tra spesa previdenziale e spesa assistenziale non è così evidente. Essa si fonda sull’idea che la prima rappresenti la controprestazione di contributi versati in passato, mentre la seconda venga erogata a prescindere dai contributi effettuati. Tuttavia, questa differenza è solo parziale. In un sistema come il nostro, infatti, la spesa previdenziale non costituisce il diretto equivalente dei versamenti effettuati, come accade invece nei sistemi a capitalizzazione (fully-funded system). Il nostro modello si basa, anche nella componente contributiva, su pensioni determinate attraverso specifiche formule e non necessariamente corrispondenti al valore attuariale dei contributi versati. Anche nella componente previdenziale della spesa pensionistica non esiste quindi una corrispondenza puntuale tra contributi e prestazioni, analogamente a quanto avviene per la parte assistenziale.[9] Per i confronti internazionali o per analizzare l’andamento della spesa nel tempo, risulta pertanto opportuno considerare l’intera spesa pubblica pensionistica destinata al sostegno di tutti gli anziani.

In ogni caso, l’Italia ha una posizione elevata anche per spesa previdenziale in senso stretto. Dall’Ageing Report 2024 si possono infatti ricavare dati equivalenti al concetto di spesa previdenziale in quanto riferiti a:

le pensioni percepite da chi ha superato la soglia di età anagrafica (“old-age”) e le pensioni di chi ha raggiunto il requisito di anni di contribuzione (“early pensions”);

le pensioni di reversibilità ai familiari del pensionato deceduto (“survivors”).[10]

L’Italia era prima in UE nel 2023 per spesa pensionistica pubblica (il 15,5% del Pil, contro una media di 11,4%, Fig. 8). Anche considerando la sola spesa previdenziale rimaniamo al primo posto, anzi il divario rispetto alla media aumenta (15,2% contro 10,5%).

[1] Vedi “RGS, Le tendenze di medio-lungo periodo del sistema pensionistico e socio-sanitario – Rapporto n. 26 – Nota di aggiornamento”, pp. 32-34 (Tabelle A1.N1, A1.N2 e A1.N3). L’andamento della spesa pensionistica previsto dalla Ragioneria Generale dello Stato tiene conto del quadro macroeconomico del Documento programmatico di finanza pubblica 2025 (vedi link) e delle previsioni demografiche di lungo periodo di Istat (vedi link). Le previsioni sono elaborate a legislazione vigente al momento dell’approvazione del DPFP 2025 e, pertanto, non riflettono l’impatto delle misure della Legge di Bilancio 2026. Tengono invece conto degli adeguamenti biennali dell’età di pensionamento e dei coefficienti di trasformazione rispetto all’aumento della speranza di vita.

[2] Vedi la nostra precedente nota, “Le nuove previsioni di lungo termine della spesa pensionistica”, 10 febbraio 2025.

[3] Il numero di pensionati aumenterà più o meno quanto il numero delle pensioni. Infatti, il rapporto tra pensioni e pensionati (superiore a uno perché alcuni pensionati percepiscono più di una pensione) è previsto rimanere intorno a 1,23 fino al 2070, con solo una leggera flessione nel periodo 2040-2050 per il passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo per tutti i lavoratori. Il sistema retributivo era infatti frammentato in diverse gestioni, tra cui INPDAP (per i dipendenti pubblici) e ENPALS (per i lavoratori dello spettacolo), oggi confluite nell’INPS.

[4] Vedi il Rapporto RGS a pagina 18.

[5] La RGS definisce la produttività come Pil per occupato. Se, come in passato, il numero di ore lavorate per occupato scendesse, il Pil per ora lavorata dovrebbe crescere anche più di quell’1,04% medio incluso nelle previsioni RGS.

[6] Vedi OCSE, “Pensions at a Glance 2025: OECD and G20 Indicators”, 27 novembre 2025.

[7] Il rapporto tra pensione media e reddito medio (“benefit ratio” nella terminologia della Commissione Europea) non è di fonte OCSE ma proviene dall’Ageing Report 2024. Vedi Commissione Europea, “2024 Ageing Report – Economic and budgetary projections for the EU Member States (2022-2070)”, 18 aprile 2024.

[8] Vedi le nostre precedenti note, “Pensioni: spendiamo più degli altri?”, 23 maggio 2018 e “La spesa per pensioni in Italia: un confronto internazionale”, 30 settembre 2021.

[9] Nel 2024, i trasferimenti dello Stato all’INPS che hanno finanziato spese classificate nel bilancio INPS come “oneri pensionistici” ammontavano a 97 miliardi. Di questi, 36 miliardi erano per voci di spesa previdenziale. Vedi “Relazione del collegio dei sindaci al rendiconto generale dell’INPS”, anno 2024, pp. 18-20.

[10] Le restanti voci sono di natura assistenziale e includono le pensioni di chi soffre di disabilità tale da impedirne la partecipazione al mercato del lavoro e che non ha raggiunto i requisiti di pensionamento e quelle di chi è andato in pensione prima del raggiungimento del requisito anagrafico o contributivo.


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