Cultura

Sanremo: Festival senza vertigine per un Paese senza slancio

Il Festival di Sanremo è molto più di una gara canora: è un rito collettivo, una liturgia televisiva che, ogni anno, mette in scena non soltanto canzoni, ma l’immaginario, i tic e le contraddizioni di un Paese intero. Proprio per questo finisce, spesso, per rappresentarne, più nel male che nel bene, i vizi atavici e i problemi irrisolti.

La stagnazione artistica è il primo nodo. Sul palco dell’Ariston dominano strutture armoniche prevedibili, crescendo emotivi calcolati, testi che sembrano scritti per non disturbare nessuno. La musica diventa stereotipo: un pop levigato, compatibile con l’algoritmo e con la platea generalista. L’innovazione, quando affiora, viene subito resa innocua. È un mainstream che teme il rischio e confonde l’accessibilità con la semplificazione. Eppure, in generale, la canzone italiana sa essere profondità e ambiguità assieme. “La canzone dell’amore perduto” di Fabrizio De André dimostra come una melodia limpida possa custodire dentro di sé una visione tragica e disincantata dell’amore, senza cedere, necessariamente, alla retorica. Qui, infatti, la semplicità è solamente apparente: sotto scorre una stratificazione poetica che, raramente, ha trovato spazio nel linguaggio anestetizzato del Festival.

Sanremo è anche il trionfo della mediocrità da talent show. Non tanto per la provenienza degli artisti, quanto per la loro costruzione narrativa. La canzone diventa il mero accessorio di un personaggio già confezionato: biografia edificante, resilienza prêt-à-porter, empowerment intercambiabile. L’artista è brand prima che autore o interprete. Il rischio viene sostituito dalla spendibilità. In netto contrasto con canzoni ormai storiche, come, ad esempio, “Io sto bene“, dei CCCP – Fedeli Alla Linea, che è, ancora oggi, un manifesto di identità ruvida, ideologica, irriducibile. Non cerca il consenso universale, non vuole levigare gli spigoli. È un atto culturale che non si preoccupa dello share e che dimostra, realmente, come la canzone possa essere conflitto, non semplice ed innocuo sottofondo televisivo.

Lo spessore culturale del Festival, poi, si ferma spesso alla superficie. Monologhi pseudo-impegnati, citazioni usate come ornamento, provocazioni già sterilizzate. Nel mondo anglosassone, pur dentro logiche commerciali altrettanto forti e invasive, non mancano momenti in cui la performance riesce a diventare gesto politico reale, divisivo e rischioso. A Sanremo, invece, l’urto viene, quasi sempre, assorbito prima di generare la preziosa frattura. Eppure vi sono brani, come “Le nostre ore contate” dei Massimo Volume che mostrano come si possa coniugare parola e tensione culturale senza didascalia. La voce narrante, scarnificata e sofferente attraversa la precarietà esistenziale e l’inquietudine sociale con una lucidità che non cerca mai applausi facili. È un esempio di come la musica possa essere letteratura incarnata, non semplice intrattenimento.

La lunghezza eccessiva del Festival – serate interminabili, ospiti infiniti, riempitivi costruiti per diventare meme – traduce in palinsesto una bulimia nazionale. L’idea che la quantità possa sostituire la qualità. In questa sovrabbondanza prosperano contenuti sciocchi, siparietti sensazionalistici, momenti trash calibrati per generare indignazione social. È uno show che presume un pubblico distratto e intende continuare a nutrirlo di distrazione. Quanto è distante da questa logica “Vivo” di Andrea Laszlo De Simone. Una canzone che cresce lentamente, che costruisce la propria intensità per stratificazione, senza bisogno di urla o di artifici. L’arrangiamento è cinematografico, ma mai ridondante; la scrittura emotiva, ma non ricattatoria. È pop nel senso più alto del termine: accessibile, ma attraversato da una tensione autentica, da una ricerca sonora che non teme la dilatazione.

Sanremo è, in fondo, lo specchio di un Paese nostalgico, che celebra, continuamente, il proprio passato senza riuscire a produrre un presente altrettanto audace. Revival, omaggi, citazioni: la memoria come rifugio disperato. L’Italia appare culturalmente periferica non per mancanza di talento, ma per timore di osare davvero. Eppure esistono dischi, più o meno attuali,  come “Die” di Iosonouncane – nella sua forma frammentata, politica, quasi rituale – che mostra che esiste un’altra possibilità. Una musica che ibrida elettronica, canto arcaico, tensione civile. Un’opera che non si presta alla semplificazione televisiva e, proprio per questo, conserva una forza perturbante.

Il Festival resta così un grande specchio illuminato: riflette un Paese polarizzato, televisivo, incline alla scorciatoia, al piagnisteo e alla furbizia. Ma accanto a quella superficie continua a esistere una tradizione – e un presente sotterraneo – capace di profondità, di rischio, di visione. Il problema non è l’assenza di alternative. È la scelta sistematica di non metterle, davvero, al centro del palco.


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