Umbria

Truffa un frate francescano. L’eremita va dal giudice: «Lo perdono, ma solo se va a confessarsi»

di Enzo Beretta

Ha truffato un frate francescano fingendosi un sacerdote del Santuario della Madonna di Pompei e ottenendo una ricarica di 260 euro. Soldi che, a suo dire, sarebbero serviti per aiutare un parrocchiano indigente che si trovava in provincia di Perugia. Ora un 66enne di Pozzuoli è sotto processo per truffa e sostituzione di persona ma l’eremita è pronto a ritirare la querela. Ad una sola condizione, però: «Se va a confessarsi, lo perdono». Curiosa vicenda giudiziaria, questa mattina, davanti al giudice Lucia Innocenzi del tribunale di Perugia. I fatti dei quali si parla sono avvenuti nel maggio 2022 a Castiglione del lago quando il frate francescano eremita presso la Chiesa della Madonna del Popolino, nella frazione di Porto, ha ricevuto una telefonata da parte di un uomo che si è «presentato» come Padre del Santuario della Madonna di Pompei. La persona – ricostruisce la Procura negli atti – è «effettivamente esistente ed era ignara di tutto». Durante quella conversazione, l’imputato – questa mattina difeso d’ufficio dall’avvocato Michele Gamboni – ha «richiesto un aiuto economico in favore di un asserito parrocchiano indigente che al momento si trovava in provincia di Perugia». In questa maniera – prosegue il pubblico ministero nel decreto di citazione a giudizio – «ha indotto in errore» il frate «circa la sua identità e le ragioni della dozione, procurandosi un ingiusto profitto di 260 euro che la persona offesa ha ricaricato sulla Postepay della quale l’indagato era titolare». Al 66enne vengono contestate «le aggravanti di avere ingenerato nella persona offesa il timore di un pericolo immaginario per l’asserito lavoratore in situazione di indigenza e di avere approfittato di circostanza di luogo e persona, costituite dalla comunicazione a distanza che non consentiva alla persona offesa di rendersi conto del carattere truffaldino della richiesta, tali da ostacolare la privata difesa». 

In tribunale «Il sedicente prelato mi chiedeva la possibilità di poter contribuire alle necessità di un suo conoscente, indigente, che lavorava nella zona di Perugia – la ricostruzione della persona offesa -. Avendomi fornito dati pressoché credibili, accondiscendevo alla sua richiesta e il sedicente prelato mi forniva un numero di carta ricaricabile. Alcuni giorni dopo – prosegue il racconto – notavo che sulla icona della messaggistica di WhatsApp relativa al numero del sedicente Padre vi erano delle immagini a mio parere pornografiche mi è sorto il sospetto di essere stato truffato». Da lì la segnalazione alla Curia Arcivescovile di Pompei e, successivamente, la denuncia ai carabinieri. Questa mattina la pubblica accusa è stata rappresentata in aula dal pm Silvia Nardi. 

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