Rider, anche in Calabria gli schiavi di un algoritmo: “fantasmi” da 2 euro a consegna
C’è un’Italia che pedala. Pedala sotto il sole di agosto e sotto la pioggia di novembre. Pedala a Cosenza, a Reggio Calabria, a Crotone. Pedala con lo zaino termico sulle spalle e il telefono agganciato al manubrio. Pedala con gli occhi fissi sull’algoritmo che decide tutto: quando lavori, quanto guadagni, se domani esisti ancora. Pedala e non si ferma mai, perché fermarsi significa scendere di livello, guadagnare meno. Si chiama gig economy. Termine anglosassone, elegante, quasi affascinante. Nasconde una realtà che di elegante non ha niente: è caporalato. Caporalato digitale, come lo hanno chiamato i magistrati della Procura di Milano che hanno avuto il coraggio di aprire gli occhi su un sistema che molti preferivano non vedere. Un algoritmo al posto del caporale in carne e ossa, ma la sostanza non cambia: sei uno schiavo, solo che non sanno dirtelo in faccia. Te lo dice una notifica. La Cassazione, con la sentenza 28772/25, ha stabilito una roba di una semplicità disarmante: se lavori come un dipendente, devi essere trattato come un dipendente. Cristallino, no? No. Perché Deliveroo e Glovo – due colossi che in Calabria come nel resto d’Italia macinano ordini e profitti – hanno letto quella sentenza, l’hanno posata sul tavolo, e hanno continuato esattamente come prima. Just Eat, va detto, si è adeguata. Ha contrattualizzato i propri rider. Ha dimostrato che si può fare. Le altre hanno scelto di no. E nessuno le ha obbligate.
Ce lo ha raccontato Ivan Ferraro, coordinatore Nidil Cgil Calabria, che queste cose le conosce una per una.
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