Campania

12 indagati. Sequestrati beni per 8 milioni di euro


Un’imponente frode fiscale e contributiva, unita alla distrazione di fondi pubblici destinati all’emergenza Covid, è stata portata alla luce dai militari del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Modena. Nella giornata di ieri, 25 febbraio, le Fiamme Gialle hanno dato esecuzione a un’ordinanza emessa dal Giudice per le Indagini Preliminari del Tribunale cittadino, su richiesta della locale Procura della Repubblica.

Il provvedimento, riferisce ModenaToday, ha disposto il divieto di esercitare uffici direttivi di persone giuridiche e imprese nei confronti dei due principali indagati, ritenuti i vertici di un’organizzazione che operava tra Caserta, Napoli, Modena e Parma e che si concentrava nel delicato settore della lavorazione delle carni. Contestualmente, è scattato il sequestro preventivo, finalizzato alla confisca anche per equivalente, di un patrimonio di oltre otto milioni di euro a carico di dodici persone indagate a vario titolo per associazione per delinquere, emissione e utilizzo di fatture per operazioni inesistenti, malversazione di erogazioni pubbliche e autoriciclaggio.

Le indagini

Le indagini, condotte dal Nucleo di polizia economico-finanziaria di Modena e scaturite dall’approfondimento di alcune segnalazioni per operazioni sospette, hanno permesso di ricostruire l’intricata architettura della frode. 

I due promotori dell’associazione, supportati da un professionista contabile di fiducia, avrebbero ideato uno schema basato su contratti d’appalto fittizi. Al centro della rete vi sarebbe una società a responsabilità limitata, definita “hub”, che gestiva l’intero ciclo produttivo negli stabilimenti di Modena e Parma. Attorno a questa ruotavano ben otto società “cartiere”, create ad hoc e dislocate tra l’Emilia e la Campania. Queste ultime, nel corso degli anni, avrebbero fornito in modo del tutto illecito la manodopera alla società madre.

Evasione fiscale e concorrenza sleale

Questo meccanismo collaudato ha garantito alla società “hub” enormi e ingiustificati vantaggi economici. Sfruttando le false somministrazioni di personale, l’azienda emiliana abbatteva drasticamente i costi del lavoro, scaricando tutti gli oneri sulle società “cartiere”, le quali venivano poi puntualmente meno ai propri obblighi tributari, previdenziali e contributivi.

Oltre al risparmio illecito sul costo del lavoro, l’azienda principale avrebbe potuto detrarre indebitamente l’Iva relativa alle fatture false emesse dalle società satellite per le inesistenti prestazioni di manodopera e facchinaggio, alterando così pesantemente le regole della libera concorrenza nel mercato agroalimentare.

I fondi Covid usati per pagare fatture false

L’indagine ha inoltre scoperchiato un ulteriore filone illecito legato agli aiuti di Stato. È infatti emerso che la società emiliana al centro della truffa aveva regolarmente richiesto e ottenuto l’accesso a cospicui finanziamenti pubblici.

Sfruttando le agevolazioni garantite dal Fondo per le piccole e medie imprese, istituito dai decreti per far fronte all’emergenza Covid-19, l’azienda era riuscita a incassare un importo complessivo di quasi 1,6 milioni di euro. Tali fondi, invece di essere impiegati per il rilancio o il sostegno delle attività aziendali in tempo di crisi, venivano sistematicamente dirottati per saldare le fatture false emesse dalle “cartiere”, configurando il reato di malversazione.

I beni finiti sotto sequestro

L’azione repressiva della Guardia di Finanza ha già iniziato a intaccare i patrimoni accumulati illecitamente dagli indagati. Sulla scorta del provvedimento cautelare del Gip, i militari hanno rintracciato e congelato disponibilità finanziarie sui conti correnti per circa centomila euro.

I sigilli sono stati apposti anche a un’unità immobiliare situata nel territorio di Sassuolo, a svariate quote societarie e a tre autovetture. L’ammontare complessivo dei beni e delle somme sottoposti a sequestro in questa prima fase dell’operazione è stato quantificato in circa un milione di euro.

 


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