UNICAL VOICE – Cime tempestose, il viaggio emotivo dello spettatore
Un viaggio emotivo che accompagna lo spettatore nei meandri di Cime Tempestose., il nuovo film di Emerald Fennell tratto dal capolavoro di Emily Bronte
“Wuthering Heights” irrompe sul grande schermo a seguito di una campagna di “chemistry” marketing, capace di alimentare tanto entusiasmo quanto scetticismo. Ancor prima dell’uscita, il trailer aveva suscitato interrogativi nel pubblico, facendo da preludio a qualcosa di diverso da un’accurata trasposizione cinematografica del romanzo di Emily Brontë.
A riprova di ciò, il virgolettato del titolo rende concreta l’idea di un Wuthering Heights che non intende raccontare la trama del classico ottocentesco, bensì guidare lo spettatore in un viaggio emotivo; quello di una giovane Emerald Fennell – regista – che si confronta per la prima volta con le ombre, le passioni e le inquietudini di uno dei più grandi capolavori della letteratura inglese.
Una rivisitazione in contrasto alla brughiera selvaggia
Una rivisitazione contemporanea che si articola attraverso una spiccata estetica pop, di contrasto alla brughiera selvaggia, che irrompe attraverso dimore, costumi e ambientazioni, che si configurano come tasselli di un puzzle in grado di consolidare l’identità dei personaggi e il loro viaggio emotivo. Un intento che appare esplicito sin dalla sequenza d’apertura in cui, bionde ciocche di capelli che si intrecciano, si fanno metafora del percorso emotivo di Catherine e Heathcliff, anime libere e indomate destinate a legarsi indissolubilmente. Un rapporto che si mostra di primo impatto puro e innocente, quando a incarnare i personaggi non sono ancora Jacob Elordi e Margot Robbie, ma i giovanissimi Charlotte Mellington e Owen Patrick Copper.
Nella cornice della dimora di Wuthering Heights — che richiama la tensione, l’isolamento e la passione esplicitata tra le pagine del romanzo — i due crescono lentamente fianco a fianco, si proteggono a vicenda e si promettono di restare legati per sempre. Una promessa che permane anche con il passare degli anni, quando sullo schermo compare un Heathcliff duro, burbero, quasi trasandato, accanto a una Catherine ormai adulta, ma ancora attraversata dallo spirito inquieto di una bambina che sogna di fuggire da quell’esistenza e da una dimora ormai angusta.
Tra quelle mura, la passione non si esaurisce ma si intensifica e comincia ad emergere attraverso sguardi e scontri tra i protagonisti, in una modalità in linea con la rilettura contemporanea proposta dalla Fennell. I due oscillano così tra attrazione e disdegno, il quale sarà destinato ad aumentare nel momento in cui Catherine si ritroverà al centro delle attenzioni di un Edgar Linton diverso dal personaggio del romanzo, nel quale funge da elemento di equilibrio per la narrazione. L’Edgar Linton della Fennell, di contro, viene reso dimenticabile e non regge il confronto con l’Heathcliff di Elordi.
Un ossimoro visivo che parla di libertà e costrizione
Attraverso l’arco narrativo del personaggio di Catherine si dischiudono per lo spettatore le porte di Trushcross Grange, spazio che si configura come un ossimoro visivo, che parla di libertà e costrizione, fino ad incarnare una vera e propria prigione estetica. Catherine percorre enormi stanze e corridoi rossi, un colore che diventa emblema di controllo, rispecchiando così una tensione che si riverbera anche negli ambienti più intimi, come la sua stanza, concepita come un’estensione del suo stesso corpo, dalla quale sembra impossibile evadere.
E se questi spazi sembrano parlare, attraverso un’estetica estremizzata, anche i costumi sono espedienti di pari merito. Catherine veste di rosso nei momenti di passione; il bianco l’accompagna nel suo tentativo di trovare un ordine e, infine, il nero segna la stasi e la rigidità che si riflette anche nelle linee delle acconciature. Non diversa è la traiettoria di Heathcliff, il cui aspetto, nella seconda parte del film, si fa specchio di un animo tormentato. I due si ritrovano così travolti da un legame tanto intenso quanto dannato, e quel senso di appartenenza reciproca, che li definisce fin dall’infanzia, si trasforma progressivamente in una forza logorante, al punto da rendere difficile definire il loro rapporto amore.
Lo spettatore tra tempo e memoria
Catherine e Heathcliff non sono anime gemelle, ma anime emotivamente corrotte, che si gettano senza riserve in un rapporto sempre più ossessivo e incalzante, che altera progressivamente il ritmo stesso della narrazione, sostenuto da un’attenta costruzione della colonna sonora. Particolarmente significativa è la scelta dell’antica ballata folk “Dark Eyed Sailor”, – la quale narra del ritorno di un amore che si scontra con tempo e memoria – attraverso cui si riesce ad intravedere un riflesso dell’Heathcliff della Brontë, figura che lotta incessantemente per essere riconosciuta, per affermare la propria identità in un contesto che continua a respingerlo, aspetto che però non emerge altrettanto chiaramente nell’Heathcliff di Elordi.
La rilettura proposta dalla Fennell, infatti, accentua volutamente alcune lacune narrative, producendo una sensazione di sospensione che induce lo spettatore ad interrogarsi sulle radici di quest’amore ineluttabilmente tragico. Il risultato è una pellicola che si costruisce per mezzo di espedienti narrativi alternativi al romanzo, la cui trama va ben oltre ciò che viene mostrato dalla Fennell.
Una ricostruzione che si snoda anche attraverso la reinterpretazione dei personaggi, sospesa tra scelte legittime e paradossi. Particolarmente dibattuto è il personaggio di Isabella Linton poiché, nel contesto di un adattamento moderno, il suo arco narrativo avrebbe meritato maggiore sviluppo anziché essere ridotto a semplice pedina del piano di vendetta di Heathcliff, peraltro evocato in modo quasi accessorio.
Una relazione tra dimensione torbida e peccaminosa
Tuttavia, tra l’omissione di alcuni personaggi e la rivisitazione di altri, il maggior elemento di discussione è dato dalla marginalizzazione della tensione classe, che rappresenta il cardine del tormento identitario di Heathcliff tanto quanto il fulcro dell’inquietudine che caratterizza il legame tra i due protagonisti. La scelta di associare ai due personaggi i volti di Margot Robbie e Jacob Elordi apre dunque ad alcune domande rispetto all’intenzione di generare attesa su una pellicola che si ritrova sospesa tra il capolavoro e l’ennesimo “event movie”, edificata attraverso un crescendo narrativo che tenta di spingere il rapporto verso una dimensione torbida e peccaminosa, salvo poi ricondurlo alla tragedia quando la tensione, nello spettatore, sembra ormai essersi affievolita.
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