Perché quella vista sull’oro non è speculazione
Ripercorrendo quanto accaduto sul mercato dell’oro da inizio anno, un elemento strutturale che ha contribuito in modo significativo al rally di gennaio sono le riserve delle banche centrali dei Paesi emergenti. Dal 2022 gli acquisti delle banche centrali hanno superato le 1.000 tonnellate annue, posizionandosi ben al di sopra della media di lungo periodo. Non si tratta di una domanda marginale ma di una riallocazione strutturale. Inoltre, anche modesti spostamenti percentuali dalle riserve in dollari si traducono in acquisti rilevanti di oro, data la dimensione complessiva delle riserve valutarie globali.
Prendiamo ad esempio il caso della Cina, in cui gli acquisti di metallo giallo tendono a essere ciclici e tattici anche se, nel lungo periodo, il Paese sta progressivamente aumentando la quota in oro delle proprie riserve e, considerando la dimensione del bilancio cinese, perfino degli aggiustamenti incrementali producono un impatto globale. In generale, il Paese del dragone svolge un duplice ruolo nell’evoluzione del prezzo dell’oro. In primo luogo, come detto, attraverso la People’s Bank of China che diversifica strategicamente le riserve, acquistando lingotti. In secondo luogo, il Paese può vantare una solida domanda privata di gioielleria e prodotti da investimento.
Un fattore che ha amplificato poi il rally dell’oro è stato l’indebolimento del dollaro. L’oro è diventato più accessibile per valute diverse dal dollaro, il che ha spinto ulteriormente le banche centrali a ricercare diversificazione rispetto alle riserve denominate in dollari. Se il dollaro continuerà a subire pressioni strutturali legate agli squilibri fiscali e ai trend di diversificazione, potrà rimanere un fattore favorevole per l’oro. Tuttavia, il rialzo dell’oro non si esaurisce in una dinamica valutaria: riguarda anche la fiducia nei bilanci pubblici dei Paesi.
Nonostante i movimenti repentini tra fine gennaio e inizio febbraio, però, la natura dell’oro non è mutata. Continuiamo a ritenere che l’oro resti fondamentalmente un bene rifugio e un asset di riserva. Eppure, poiché è negoziato sui mercati dei derivati che sono altamente liquidi, i movimenti di prezzo nel breve termine possono apparire speculativi. Esiste però una differenza tra volatilità dei prezzi e valore speculativo. Le banche centrali non acquistano oro per operazioni speculative di breve periodo: lo acquistano piuttosto come asset di riserva strategica priva di rischio di controparte. Questo consolida il ruolo del metallo giallo nel lungo termine.
L’oro ha già dimostrato di poter sostenere livelli superiori ai 5.000 dollari l’oncia, con picchi prossimi ai 5.500 dollari. Nelle nostre previsioni per quest’anno, come scenario di base, prevediamo un intervallo compreso tra 4.700 e 5.750 dollari l’oncia, in assenza di shock sistemici. I fattori strutturali a supporto, tra cui sottolineiamo i disavanzi fiscali, i livelli elevati di debito dei Paesi e la continua spinta delle banche centrali a diversificare le proprie riserve, restano invariati. La volatilità proseguirà ma il livello di supporto si è chiaramente spostato verso l’alto rispetto ai cicli precedenti. Riflettiamo meglio su quest’ultimo aspetto. Volatilità e stagionalità sono caratteristiche intrinseche di qualsiasi materia prima negoziata a livello globale e tentare di eliminarle rischierebbe di distorcere il funzionamento del mercato. In realtà la liquidità sui mercati dei futures contribuisce alla formazione efficiente dei prezzi. Ciò che conta è la trasparenza e una regolamentazione adeguata, non l’attenuazione artificiale delle oscillazioni.

Nel breve termine, non mancano i rischi che potrebbero avere un impatto negativo sui metalli preziosi. Il fattore determinante per il prezzo dell’oro e, in misura minore, dell’argento sono i tassi reali. Poiché l’oro mostra una forte correlazione inversa con i rendimenti reali, un brusco riprezzamento dei tassi reali su livelli più elevati avrebbe dunque conseguenze significative e l’oro potrebbe subire pressioni temporanee. Un altro rischio sarebbe un consolidamento fiscale coordinato e credibile nelle principali economie. Realisticamente però, questa eventualità appare complessa dal punto di vista politico. Inoltre, se è vero che il posizionamento sui mercati dei futures può amplificare le correzioni, si tratta tuttavia di rischi ciclici all’interno di un trend strutturale rialzista. Infine, va notato che gli eventi geopolitici sono importanti nel muovere i prezzi e capaci di generare rialzi decisi anche se di breve durata.
Mentre il metallo giallo è principalmente un asset monetario e di riserva, è meno volatile e tende ad avere buone performance nei periodi di tensione monetaria, l’argento ha una duplice natura. Fonde una componente monetaria con una componente di domanda industriale e quindi, rispetto all’oro, è più volatile. Circa metà della domanda del metallo bianco è legata all’industria, inclusi i settori solare ed elettronico. Questo lo rende anche più ciclico. Quello che osserviamo nel concreto è che gli investitori più prudenti iniziano spesso con l’oro, in particolare con lingotti standard da investimento, mentre l’argento può offrire un’esposizione con maggiore sensibilità ai movimenti di mercato (beta più elevato) per chi è disposto ad accettare oscillazioni di prezzo più ampie.
*Ceo di Stonex Bullion
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