Umbria

Siderurgia italiana tra crisi del tubo e acciaio magnetico, il ruolo di Arvedi-Ast

di M.R.

Il fermento nazionale in campo siderurgico e l’assenza di aggiornamenti sull’Accordo di programma Arvedi-Ast, non andrebbero forse trascurati, tanto più considerato che il patto di territorio, sull’acciaieria di Terni, ha lasciato in qualche modo in sospeso il capitolo del magnetico. In attesa che dal Mimit arrivi la convocazione per i sindacati dei metalmeccanici che hanno avanzato richiesta di incontro, Umbria24 ha fatto il punto con l’esperto di settore, rappresentante di Federmanager Terni, Augusto Magliocchetti.

«È assolutamente normale – osserva Magliocchetti – che accordi complessi come il patto del
territorio richiedano verifiche periodiche ed analisi dello stato dell’arte e delle possibili criticità. Ma,forse ed è opinione personale, prima di organizzare una trasferta romana per avere un quadro di sintesi bisognerebbe che i soggetti istituzionali locali e gli attori sociali coinvolti trovassero il tempo per un tavolo di consultazione non formale, non fosse altro per vedere se ci sono proposte da sottoporre al livello governativo apicale o argomenti che richiederebbero uno sforzo di sintesi nell’ottica di una politica industriale nazionale del
settore siderurgico».

Le proposte attualmente in campo sullo scenario nazionale sono diverse…

«A Taranto si respira ancora un clima di incertezza con il Governo che spinge per trovare una cordata imprenditoriale che avvii la ristrutturazione che prevedrebbe un passaggio da produzione tramite altoforno a quella da forno elettrico capace a regime di garantire circa
6 milioni di tonnellate di coils al carbonio; su Piombino ormai il progetto della cordata Metinvest-Danieli sembra giunto ad una svolta operativa con investimenti in forni elettrici, impianti e opere civili per circa 2 miliardi di euro in grado di generare un output annuo di circa 2,7 milioni di tonnellate di coils al carbonio, mentre per l’ex Magona un altro soggetto imprenditoriale lavora per una ripresa della produzione dei coils al carbonio da quantificare in tre-quattrocento mila tonnellate annue. Per non essere da meno un progetto governativo su Cornigliano-Novi Ligure immagina la creazione di un polo siderurgico sempre con forni elettrici capaci di generare 2 milioni di tonnellate di coils al carbonio destinati alla rilavorazione per banda stagnata e cromata e latta sempre su Genova e Novi Ligure ( investimento previsto pari a circa 1,4 miliardi di euro)».

Quindi undici milioni di tonnellate di acciaio che dovrebbero trovare spazio nel mercato… 

«È pur vero – sottolinea Magliocchetti – che oggi il Paese ne importa circa 6 milioni ma sì sarebbe poi opportuno trovare lo spazio per la differenza da vendere. Attenzione – amminisce l’esponente Federmanager – perché parte di questo fabbisogno oggi è coperto da produzioni Arvedi e Marcegaglia quindi evitiamo di spogliare un altare per rivestirne un
altro».

Quanto ai forni elettrici la criticità del mercato del rottame resta un fatto poi…

«Già, questi forni elettrici vengono anche definiti a carica solida perché invece dei minerali utilizzano rottame il cui mercato è decisamente anelastico e negativamente squilibrato sul
versante della offerta nazionale. Nel calderone delle proposte abbiamo poi, per la realtà di Genova- Novi Ligure, stante il problema della moltiplicazione delle produzioni di coils al carbonio e la necessità di eliminare la dipendenza da Taranto delle produzioni, una soluzione che preveda sulla Liguria solo investimenti a freddo su banda stagnata e latta con acquisto di coils sul mercato ma in aggiunta ad un investimento per la produzione di coils al silicio sia non orientato che orientato da localizzare nelle aree di Cornigliano che si renderanno disponibili. Una capacità potenziale di circa 700 mila tonnellate capace di soddisfare un fabbisogno nazionale oggi coperto solo da acquisti esteri in parte extra Ue».

E quindi di fronte a questo scenario, l’Arvedi Ast quale ruolo potrebbe giocare?

«E qui arriviamo al punto. Un progetto siffatto si sovrapporrebbe e non di poco a
quello contenuto nell’Accordo di programma Ast, perché l’acciaio al silicio non è altro che il famoso magnetico, seconda pietra angolare del patto, con l’obiettivo di dare una svolta alla
realtà ternana facendola uscire dai vincoli della mono produzione degli acciai inossidabili.
Alla luce di tutte queste circostanze capire bene quali siano le reali valutazioni del Cavaliere rispetto all’investimento del magnetico con realismo e senza preconcetti è importante. Quali sono le concrete precondizioni al cui realizzarsi l’investimento avrebbe economicamente senso e sostenibilità magari con una sperabile anticipazione sulla tempistica vanno investigate e condivise».

Quella del magnetico può considerarsi oggi una scommessa vincente?

«Che il mercato degli acciai al silicio non si discosti molto dalla volatilità degli altri è indubbio, così come è certo che le stime di crescita siano confortanti. Nel 2025 la dimensione del mercato mondiale del magnetico ha visto un ammontare pari a circa 14,2 miliardi di dollari e le previsioni per il 2032 sono previste crescere verso i 23,1 miliardi di dollari, con un incremento del 6,1%. Diversi driver stanno spingendo la crescita di questo mercato a cominciare dalla domanda di generazione di energia e di distribuzione ad alta efficienza energetica così come l’integrazione dell’acciaio al silicio nei veicoli elettrici, nei quali i materiali leggeri e ad alte prestazioni sono fondamentali. A questo si aggiunga che il mercato del magnetico italiano è il primo utilizzatore europeo pur in assenza di un
produttore locale. Circa 700 mila tonnellate coperte da flussi di acquisto con prevalenza extra-UE».

Ritornare a produrre a Terni acciai al silicio quindi cosa potrebbe significare?

«Consentirebbe senza dubbio di attivare importanti verticalizzazioni con i potenziali utilizzatori. Magari sarebbe bello se, dovendo depotenziare la produzione di tubi marmitta, potessimo riconvertirci a produttori di generatori e statori o di altre componenti elettromagnetiche».

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