L’appello: «Nostro figlio, 5 anni vive con un cuore nuovo. Donate, è fondamentale» – Cronaca
BOLZANO. «La donazione di organi è fondamentale. Nostro figlio Antonio, 5 anni, vive con un cuore nuovo. Senza non ce l’avrebbe fatta». Simone Schenk e la moglie Diana – altoatesini – fanno loro l’appello dell’assessore alla sanità Hubert Messner e di Mauro Bonetto, presidente di Aido e lo rilanciano: «Non possiamo permetterci di spaventare i donatori e le famiglie. Non vogliamo che accada perché il trapianto è possibile solo grazie a un atto cosciente, etico, solidale, anonimo e gratuito. É l’ultima spiaggia e salva vite».
Un appello necessario – visto quel che appena successo al Monaldi di Napoli – perchè stanno aumentando anche in provincia di Bolzano – ma il trend è nazionale – i no alla donazione degli organi nella carta identità, anche se continuano a prevalere i sì.
500 bimbi cardiopatici
Sull’importanza della donazione interviene anche Ulrich Seitz, presidente dell’Associazione “Cuore di bimbo”: «In Alto Adige – dice – vivono 500 bimbi cardiopatici e ogni anno ne nascono circa una settantina. Occorre sollecitare alla donazione sia di organi che di tessuti. Dopo la morte si possono donare cuore, polmoni, fegato, reni, pancreas e intestino, oltre a tessuti come cornee, pelle, ossa, tendini e valvole cardiache». In vita è possibile donare rene, parte del fegato e tessuti.
Antonio, nato due volte
«Antonio è nato due volte. Il 28 ottobre 2020 ed il 7 maggio 2021. L’ha salvato un trapianto. Era affetto da cardiomiopatia dilatativa». Simone Schenk, 40 anni, racconta la storia di suo figlio. «Se non ci fosse stato un piccolo donatore, se non ci fossero stati genitori che nella tragedia sono riusciti a dire sì all’espianto, senza chirurghi che fanno miracoli, oggi non sarebbe qui. Mia moglie Diana ed io ringraziamo ed abbracciamo tutti. Anche l’associazione “Cuore di bimbo”, ed il suo presidente Ulrich Seitz che tanto hanno fatto e continuano a fare per noi. Ci hanno sostenuto e continuano ad aiutarci».
Nel 2018 nasce Arianna
A giugno 2018 nasce Arianna, la primogenita «Mia moglie entra in ospedale a Bolzano per un semplice controllo che evidenzia però nella piccola una cardiomiopatia dilatativa grave. Arianna nasce con cesareo urgente. La diagnosi è seria, la patologia importante e molto rara ma la bambina grazie a farmaci e controlli di routine, si riprende e in cinquanta giorni torna a casa. Per i genetisti di Padova le probabilità di una seconda gravidanza a rischio di patologia cardiaca grave sono pressoché nulle. Ci siamo fidati degli specialisti ma è iniziato il secondo calvario».
Nel 2020 nasce Antonio
A ottobre 2020 nasce Antonio. «A marzo 2020, inizia il cammino della speranza. La mamma è monitorata ogni mese ed a fine luglio si scopre che anche Antonio soffre di cardiomiopatia dilatativa. Non ce l’aspettavamo. I dottori ci comunicano da subito che le speranze di vederlo nascere sono poche. Ma Diana in accordo con l’ospedale di Bolzano si fa ricoverare a Padova e si sottopone a pesanti cure sperimentali. A un mese dal ricovero ci dicono che è arrivato il momento di “provare il parto”. Così ci dicono: “provare”.
Antonio ce la fa. Il 28 ottobre 2020 vede la luce ma per mesi non è in grado di lasciare le varie terapie intensive di Padova. I farmaci non fanno effetto. Siamo a pezzi. Nostro figlio sta malissimo e non possiamo stringerlo tra le braccia. A marzo 2021 lo dimettono. Andiamo a casa, stremati ma felici». La felicità dura poco.
Il piccolo non mangia e il suo cuore si affatica sempre più. «È in fin di vita. Ci precipitiamo al San Maurizio, Antonio viene intubato per l’ennesima volta e trasferito d’urgenza in elicottero a Padova. Anche noi ci trasferiamo subito lì».
Per voi i mesi della speranza? «No, della sconfitta. Nostro figlio si stava spegnendo perché le cure non facevano più effetto. I colloqui con l’equipe dell’ospedale di Padova si fanno sempre più brevi, stringati, laconici. Più tristi. Il 26 aprile ci dicono che non c’è speranza. Antonio viene battezzato. Ma noi non volevamo mollare. Antonio rideva quando ci vedeva, voleva vivere. Eravamo straziati».
Il trapianto a otto mesi
«Il 7 maggio 2021, saranno state le 9 di mattina, ci arriva una telefonata dalla Terapia intensiva pediatrica. Abbiamo pensato ci siamo, è finita. Antonio ha smesso di soffrire, è morto. E invece i medici ci annunciano che è in sala operatoria perchè c’è un cuore per lui. L’hanno portato in elicottero a Milano ed è in arrivo a Padova, sta viaggiando sulla Lamborghini della Polizia. Nei corridoi dell’ospedale infermieri e medici ci abbracciano, quasi più emozionati di noi. L’operazione dura ore e adesso possiamo dire di essere una famiglia felice. Siamo grati alla vita anche se i controlli sono continui. Certo nulla è semplice perché Antonio deve prendere farmaci e non solo. Ma è con noi. Cresce. Un bimbo come tanti. Un pensiero ed un grazie immenso a quei genitori che hanno perso il loro piccolo e nel dramma assoluto hanno detto sì all’espianto. Senza quel sì nostro figlio non sarebbe vivo. Siamo qui – come detto – soprattutto per lanciare un appello. Ricordate che col rinnovo della carta d’identità potete decidere sulla donazione organi. Per favore fate una scelta immensa. Dite di sì».
Ad oggi in Italia ci sono 8.500 persone in lista d’attesa per ricominciare a vivere.




