Cultura

Ásgeir – Julia | Indie For Bunnies

Esistono le prime volte, anche nel caso di artisti affermati come l’islandese Ásgeir che con il suo riconoscibilissimo falsetto fin dall’esordio “Dýrð í dauðaþögn” (2012)  ripubblicato in inglese col titolo “In The Silence” nel 2014, poi con “Afterglow” (2017) “Bury The Moon” (2020) e “Time On My Hands” (2022) ha contribuito a cambiare la concezione che il mondo esterno aveva del pop e del folk nordico.

Credit: Press

I suoi concerti in posti appartati, evocativi, la passione per il folk americano,la musica sinfonica, il teatro e le colonne sonore l’hanno reso un musicista completo e intrigante, che collabora nuovamente col produttore Guðm “Kiddi” Kristinn Jónsson per creare i dieci brani di “Julia” un concept album che si snoda tra racconto, ricordi e nostalgie.

E’ stata la prima volta che ho scritto i testi completamente da solo, ho cercato di aprirmi e di affrontare i miei limiti. Ho imparato molto attraverso questo processo, è stato decisamente terapeutico per me“.

Rivela Ásgeir descrivendo un processo creativo lungo due anni, canzoni composte inizialmente con la chitarra acustica e poi arricchite da vari strumenti mantenendo però una semplicità fin qui inedita per un musicista che ha collaborato in passato con John Grant per la traduzione dei testi o si è affidato alle poesie del padre Einar Geor Einarsson.

“Julia” rappresenta la musa e la voce interiore di Ásgeir celebrata e inseguita in un viaggio introspettivo e catartico con il violoncello di Nathaniel Smith a far da contrappunto a melodie mai prevedibili. “Quiet Life” è un inizio sincero e ottimista, “Against The Current” con un arrangiamento di ottoni di Samuel Jón Samúelsson  riconduce  in territori familiari, elegantemente noir, “Smoke” registrata da vivo con una band di quattro elementi e arricchita dall’organo a pompa punta sulla cura dei dettagli.

Arrangiamenti più solari che in passato, come dimostra “Ferris Wheel”, ma il dramma torna protagonista in “Universe Beyond” minimale e emozionante con la lap steel che introduce la title track, spettrale e tragica storia di un amore non corrisposto.  “Sugar Clouds” rappresenta il lato sperimentale dell’album costruita com’è su un tempo dispari (7/8), “Stranger” torna a un folk dolente e personale.

Ásgeir sa creare un’atmosfera intima cambiando spesso ritmo e pelle, come avviene con “In The Wee Hours” che sull’onda dei sintetizzatori celebra la notte e il piacere di viverla in ogni sua forma prima del saluto finale, una “Into The Sun” che suona come una carezza, serena e liberatoria, chiusura eterea e magistrale per un album indubbiamente intenso e sofisticato.


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