Referendum giustizia: al via la campagna elettorale tra Nordio e Conte
E’ Francesco Boccia, capogruppo del Pd al Senato, che per galvanizzare comprensibilmente la base elettorale alza l’asticella: il referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo è “la scelta più importante della legislatura” dice. “Interviene sull’equilibrio tra i poteri, non sull’organizzazione degli uffici” la spiegazione tecnica, “è una scelta politica che la maggioranza ha imposto senza modifiche. Per questo il referendum sarà anche un giudizio sul governo che quella riforma l’ha voluta e imposta”, azzarda il senatore democratico. Manca un mese al voto e, stando a diversi sondaggi, i fronti del Sì e del No cominciano i rispettivi percorsi di campagna elettorale dalla stessa mattonella. Il governo non rischia la sua pelle, soprattutto a poco più di un anno dalla fine della legislatura, ma di uscire ammaccato nella volata che porterà alle Politiche 2027 forse sì. E il centrosinistra lo vede come un nuovo tentativo di prima spallata, ma è memore per non dire prudente per com’è andata le volte scorse – le Regionali dagli esiti altalenanti, i referendum sul lavoro e sui diritti civili andati male. Però c’è arrivato il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti: “Per non entrare nel merito e quindi non chiarire all’opinione pubblica qual è effettivamente l’oggetto della questione, si preferisce buttarla in politica e far diventare questo referendum contro la Meloni”. O magari anche viceversa. Ad ogni modo da domani, lunedì, iniziano le tribune elettorali in tv, non prive di manovre tutte da chiarire sugli spazi televisivi, in particolare a favore del Sì. In realtà il primo confronto tra leader sarà a Palermo, alla fondazione Lauro Chiazzese, mercoledì: il ministro guardasigilli Carlo Nordio e il leader del M5s Giuseppe Conte. Ma il vicepremier Antonio Tajani scongiura: “Non è un referendum sul governo – afferma ad Affaritaliani – è un referendum per decidere se rinforzare la libertà in Italia con una giustizia giusta. Fino all’ultimo giorno spiegheremo ai cittadini le ragioni che vi spingono a sostenere la riforma. E’ importante andare a votare per scegliere se lasciare le cose come stanno con tutti i casi di malagiustizia oppure dare agli italiani una giustizia equa e giusta”.
Tutti i dirigenti del “campo stretto” – Pd, M5s, Verdi-Sinistra – dichiarano a tambur battente da assemblee, comunicati, social. “Il 22 e 23 marzo si sceglie tra due concezioni della democrazia: o con la Costituzione, o con il potere senza limiti. Sarà un passaggio di verità” è il bivio illustrato da Boccia. “Andiamo a votare per fermare questa destra, il tema non è la separazione delle carriere ma la volontà di riformare lo stato in maniera autoritaria” aggiunge Angelo Bonelli, co-leader di Avs. Prova a metterla più sul concreto l’altro co-leader Nicola Fratoianni: “Ai lavoratori Glovo, schiavizzati e pagati una miseria, chi è che gli ha reso un poco di giustizia in questo Paese? Giorgia Meloni? Il governo o la politica? No, è stata la magistratura. E questo accade alle vittime dei soprusi, alle vittime dei danni ambientali, chi è che in questo paese qualche volta gli ha dato un poco speranza? Io non sono contento di questo perché vorrei che fosse la politica ad arrivare prima e noi ci candidiamo per questo. Ma oggi difendere l’autonomia della magistratura significa mettere un punto contro la deriva verso l’autoritarismo”.
Nel merito della riforma entra il presidente del M5s Giuseppe Conte che in un video fa sentire un’arringa (parlamentare) della senatrice leghista Giulia Bongiorno: “Si dice: voi state facendo una riforma che non incide sui tempi e sull’efficienza della giustizia. Scusate, ma chi l’ha detto? Un ignorante può pensare una cosa del genere”. “E chi può mai essere questo ignorante?”, chiede Conte. A quel punto parte un video della presidente del Consiglio Meloni. “Non facciamoci fregare, votiamo no al referendum salva-casta” conclude il leader dei 5 Stelle.
Non significherà nulla, ma va registrato che nel giorno che lancia il mese di campagna elettorale c’è il totale silenzio radio di Fratelli d’Italia, se escludiamo il ministro Foti intervistato a Radio24. E anzi entrambi i capigruppo alle Camere si sono premurati di ripetere in tutti i modi che “il governo arriverà a fine legislatura”. Lo stesso hanno fatto i ministri Matteo Piantedosi e Carlo Nordio. A fare i portabandiera, nel giorno di festa che coincide con il via al conto alla rovescia, restano Lega e di Forza Italia. Per esempio Simonetta Matone, ex magistrata e da tempo star televisiva, che forse si deve far perdonare dopo aver fatto sprofondare la platea leghista qualche giorno fa quando si è incaricata di dire che quelle del ministro della Giustizia Carlo Nordio sono “dichiarazioni folli” che hanno fatto recuperare il No. Matone rilancia l’ultimo slogan della Lega ideato forse da Lapalisse: “Votiamo sì senza se e senza no”. “Sarà una dura fatica far ritornare i toni del confronto referendario nei limiti della correttezza – dichiara Matone che ha appena detto che il suo ministro ha usato parole “folli” – e soprattutto della comprensibilità per chi deve votare. È chiaro, anche ai meno esperti, che le sinistre, Pd in testa, non hanno nessun interesse a riformare la giustizia, ma vogliono solo attaccare il Governo in una sorta di anticipazione delle politiche che avverranno solo tra un anno”.
L’accusa di “confusione” è incrociata, è anche quella del presidente dell’Anm Cesare Parodi che intervistato da Repubblica si chiede: “Per i prossimi trenta giorni qualunque pronuncia sgradita al governo sarà usata per confondere le acque?”. Per Parodi nelle prossime 4 settimane “verranno individuati i casi di vera o presunta mala giustizia, saranno utilizzati strumentalmente per denigrare l’immagine della magistratura e convincere le persone a votare sì”. E invece “questa legge non offre una sola soluzione, che sia una, ai mali della giustizia. Che meritavano altre risposte”. Per Parodi “una serie di messaggi pubblici, da parte di maggioranza e governo, sono tenacemente diretti a gettare altro e profondo discredito sulla magistratura, anche a seguito dell’intervento del presidente Mattarella. Ciò che colpisce, poi, è che questi strali sono totalmente svincolati dai temi della riforma”.
Dalle parti del Sì – dopo i fuochi pirotecnici in particolare del ministro della Giustizia che è arrivato a dare del “sistema paramafioso” al Csm – ora l’ansia principale sembra essere calmare le acque, “stare nel merito”. “Non serve litigare e usare toni incendiari come fa chi non ha argomenti – dice Maurizio Lupi -, ma dobbiamo spiegare la riforma e confrontarci nel merito. Votiamo si perché per un processo più equo e parità tra difesa e accusa, perché con il sorteggio del Csm si riduce il peso delle correnti nella magistratura e aumenta quello della valutazioni di merito e perché con l’Alta Corte disciplinare ci sarà finalmente un organo realmente terzo, separato dal Csm, chiamato a giudicare e sanzionare illeciti ed errori dei magistrati. È una riforma di buon senso, una concreta possibilità di cambiamento”. “Questa riforma segna il possibile superamento di trent’anni di conflitti istituzionali sterili” aggiunge Debora Bergamini, berlusconiana d’acciaio. “Saranno gli elettori a stabilire se la domanda di cambiamento, rimasta troppo a lungo sospesa, debba finalmente tradursi in realtà. Non è una battaglia contro qualcuno. Non è una resa dei conti. È, piuttosto, una trasformazione necessaria: un modo per liberare anche i magistrati dalle logiche di appartenenza, per valorizzarne il merito e l’autonomia autentica”.
Tenta a fatica di conquistare la prima fila anche il presidente del comitato Sì Riforma Nicolò Zanon, ex presidente della Consulta. L’AdnKronos riporta alcune cifre diffuse dal comitato: 5mila iscritti, 174 comitati, tra gli aderenti perfino 30 magistrati, quasi 55mila follower “su diverse piattaforme” e lo stesso Zanon che squaderna le sua abilità social perché “negli ultimi 30 giorni ha totalizzato 2,3 milioni di visualizzazioni e 214mila interazioni”. “Mentre i sostenitori del No continuano a diffondere bufale e a disegnare foschi orizzonti in caso di vittoria del Sì, noi incontriamo le persone e le informiamo sui veri contenuti della riforma. Spieghiamo come essa migliora i diritti dei cittadini, libera la magistratura dal potere di controllo delle correnti e istituisce una giustizia disciplinare più seria e credibile. Quelli del No vogliono intimidire e suscitare paure, noi vogliamo discutere nel merito; noi abbiamo argomenti, loro sanno solo dire no, in nome della conservazione delle sacche di potere dell’Associazione nazionale magistrati. Loro spaventano, noi vogliamo infondere fiducia nel futuro di questo Paese”. Rassicurare, più che incendiare gli animi. Basterà?
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