Salvatore Mereu: “Il cinema è come una lingua: si impara, parlandola” – Cagliaripad.it
Il poeta americano Carl Sandburg scrisse che “la poesia è un eco, che chiede all’ombra di ballare“. Talvolta le diverse direttrici (poesia, eco e ballo) riescono a incrociarsi, a muoversi in una danza nel raccontare storie sfiorate, mai veramente approfondite. La Sardegna ha avuto il pregio di poter riportare quelle storie sullo schermo di un cinema grazie ad autori, prima che registi, in grado di versare la loro curiosità sulla realtà – attuale o passata.
Salvatore Mereu è uno di quei registi che dalla poesia, dall’eco e dal ballo (reale o astratto) ha saputo far fiorire opere sì premiate ma anche capisaldi di un modo consistente e mai banale di rappresentare la Sardegna. Prendendo spesso spunto dalla letteratura dei grandi scrittori sardi (da Sergio Atzeni a Giulio Angioni, per esempio) per modellarla e restituirla in forma autentica. Da “Ballo a tre passi“, un debutto fulminante premiato sia a Venezia che con un David di Donatello, si è arrivati a “Bentu” in un cammino in cui le opere cinematografiche sono state donate con profondo rispetto dello sguardo del pubblico.
Ogni regista ha un momento chiave nella sua vita scatta la scintilla che lo avvicina alla macchina da presa. Il primo ricordo a cosa è legato?
Ho vari ricordi. La domenica pomeriggio a fare la ressa davanti al portone del cinema parrocchiale per cercare di entrare per primi; l’Ariston, l’ altro cinema del mio paese, dove andavo di nascosto da mia madre che non approvava le pellicole che passavano in quella sala; le lotte, a caldo, subito dopo la proiezione dove con entusiasmo imitavamo quello che avevamo visto; ma più di tutto, indelebile, l’ emozione grandissima nel vedere un film, di cui non ricordo il titolo, al cui centro della vicenda c’è la storia di un bambino che perde e ritrova la sua famiglia: ambientazione natalizia, neve, slitte, qualcosa a metà strada tra Dickens e il grande Maulnes. Una emozione talmente grande da non volere uscire dal cinema. Tante volte mi sono ripromesso di andare negli uffici della parrocchia dove hanno un archivio delle proiezioni fatte per capire di chi fosse quel film.
Ci sono registi a cui ti sei ispirato sin dagli esordi?
Al liceo, quando il cinema è diventato qualcosa di più di un passatempo alternativo al calcio, le mie prime passioni sono state tutte italiane: Ettore Scola, Nanni Moretti, Federico Fellini. Di “Bianca”, che era uscito in quegli anni, conoscevo le battute a memoria. Consideravo Moretti una specie di fratello maggiore da cui prendere tutto, come in Rumble Fish, per quanto nella mia vita non vi fosse quasi nulla che ricordasse quella che lui ci mostrava nei suo i film. All’università ho scoperto Fellini ed è stata una rivelazione. Il dipartimento di filmologia nell’anno del mio arrivo aveva organizzato un corso monografico su di lui. Avevamo il privilegio di vedere i film in pellicola in una vera sala e poi in moviola dove li analizzavamo sequenza per sequenza. I segni di quella infatuazione si vedono tutti nell’ultimo episodio di Ballo a tre passi. Ti lascio immaginare come ci si possa fare male quando si prova a maneggiare un mito e si ha l’impudenza di omaggiarlo nella propria opera prima. Dopo Fellini sono arrivati Bunuel, Hitchcock, Truffaut, Lang, tutto il resto. Accade come nei viaggi. Quando ci arrivi per la prima volta pensi che Roma sia il mondo, poi scopri Atene, Parigi, Siviglia. Con i film è la stessa cosa, un mondo che si rivela piano e che ti conquista, tanto che non smetteresti mai di viaggiare.

Hai frequentato il corso di regia del Centro Sperimentale di Roma. Quanto la scuola è stata utile nel percorso e quanto, ovviamente, il dirigere corti e lungometraggi?
Sono passato attraverso la cruna dell’ago di una selezione durissima che mi aveva respinto una prima volta come aspirante montatore. L’ esperienza è stata così altamente formativa che quando stava per finire l’ avrei voluta prolungare oltre la misura consentita. Pur con tutte le sue contraddizioni il Centro era un po’ la nostra placenta che ci proteggeva dal mondo esterno dove una volta usciti avremmo dovuto presentarci per prendere la parola. Ho imparato tutto lì: come un pensiero sulla carta si traduce in un’inquadratura; come si gestisce il fattore umano, importantissimo nella lavorazione di un film; come i mezzi, nel bene e nel male, possono determinare il risultato artistico.
C’è una linea nella tua cinematografia: i film sono molto legati ad alcuni romanzi della letteratura sarda. Perché?
Comincia negli anni del Centro Sperimentale quando, grazie a mia moglie, Elisabetta Soddu, che mi accompagna da anni in questa difficile professione, leggo l’epistolario di un noto penalista nuorese, Salvatore Mannironi, poi diventato costituente e parlamentare. Il racconto dell’ultima visita in carcere al suo assistito che il giorno dopo verrà fucilato mi conquista a tal punto che ne voglio fare subito un film. Non mi fa paura nulla, neanche di dover portare in Sardegna da allievo di una scuola come il Centro Sperimentale una troupe rompendo un tabù dell’istituto che non vuole che gli allievi escano da quelle mura per realizzare la propria esercitazione. Dopo è sempre andata un po’ così. C’è un libro o una storia che ti abita, che ti entra sotto la pelle, che non ti lascia fino a che non la realizzi. E solo dopo che è nata capisci perché ti ha scelto. La letteratura isolana è un grande giacimento di storie in cui ci si può trovare parte di se stessi anche se il racconto viene da altri, e io che non ho mai smesso di vivere in Sardegna anche quando il lavoro e la formazione mi hanno portato fuori, mi sento a casa. Ma a dire isolana si rischia di fare un grande torto a chi l’ ha resa grande.
È il 2003, esce Ballo a tre passi. Scoppia letteralmente la bomba: premi, applausi, riconoscimento pubblico. Il rischio era quello di montarsi un po’. Come hai vissuto quei momenti e con quali pressioni (se ci sono state) sei arrivato a lavorare a Sonetàula?
Non la ricordo come una passeggiata. Il film è stato duro, complicato, come può esserlo un’opera prima di uno che arriva dalla periferia. Dopo anni di attesa, ero riuscito a prendere la parola e avrei voluto dire tutto, ma non sapevo come farlo. Mi ha salvato l’ istinto. Quando sono arrivati i primi riconoscimenti stentavo a crederci. Credo sia stata premiata la sincerità, l’ assenza di calcolo, una certa volontà di mettersi a nudo. Forse perfino più del dovuto. Come a volte accade nel cinema c’è stato un effetto contagio e un premio ha tirato l’ altro con qualche danno per chi si è trovato nella tua strada e avrebbe meritato ugualmente. Negli anni successivi mi è capitato di misurare questo effetto dalla prospettiva opposta. Mia madre, che ha la saggezza di chi ha conosciuto i limiti, mi diceva: “…non sarebbe meglio se qualcuno te lo lasciassero per quelli che dovrai fare dopo…”. Aveva ragione. In ogni caso “Ballo a tre passi” mi ha portato a realizzare con un certo agio “Sonetaula”, il mio primo film “in costume” con dei mezzi che non ho poi più avuto. Grazie a quell’esperienza sono diventato produttore e ho fondato insieme a Elisabetta Soddu, la nostra società, Viacolvento, con cui oggi produciamo i nostri film.
In questi anni quanto il tuo gusto, il tuo lavoro di scrittura e registico sono mutati? Quali invece sono i tuoi capisaldi?
Il cinema è come una lingua che si impara parlandola. La pratica quotidiana è fondamentale per affinarla. In tutti questi anni ho molto lavorato per accorciare la distanza tra il momento della scrittura e quello della realizzazione. Pur praticando da sempre la fiction tutto il processo della realizzazione è volto ad abbatterla in favore di modalità che sono proprie del documentario. La commistione di questi due approcci è la cosa che mi interessa di più in questo momento anche in quei registi che all’apparenza hanno sposato la causa della finzione. È la grande lezione di De Seta, di Olmi, di cineasti come Kiarostami, dei fratelli Dardenne, di Kechiche. Ma da spettatore amo tutto, soprattutto quello che non saprei mai fare, e posso amare un regista anche per un solo film.

Com’è cambiato il cinema invece?
Si è arricchito di voci, alcune molto interessanti. La tecnologia ha reso più ampio questo spettro e oggi con un telefono, se hai una buona idea, puoi arrivare a fare un film. Ma insieme a questa democratizzazione del mezzo, una volta molto elitario, è arrivata molta faciloneria e anche un po’ di demagogia.
Ovvero?
Non è vero che i film li possono fare tutti. Fare un film richiede passione, sacrificio, dedizione, conoscenza del mezzo e del mondo, rispetto per la materia trattata, e umiltà, tanta umiltà. Bazin diceva: una inquadratura è prima di tutto una questione morale. Oggi vediamo sempre di più film che assomigliano ad altri film. Nascono come operazioni che devono inanellare risorse, che osservano quote, premialità. Le sceneggiature sono modulari come mobili Ikea pensate apposta per essere presentate in questa o in quella regione. Si cambiano le ambientazioni a seconda dell’ interlocutore e talvolta la rimozione maldestra dei riferimenti geografici (questa è la mia esperienza di giurato) ci lascia reperti che denunciano questa attitudine. Una torre aragonese può sopravvivere in un progetto presentato in Trentino così come da noi arrivano Medee maltesi o pastori della Sila.
C’è quel progetto ancora chiuso nel cassetto, o un obiettivo da raggiungere?
Vorrei continuare a raccontare storie con la stessa curiosità con cui ogni mattina esco di casa e guardo alla vita. Aprire la porta, annusare la giornata, mettersi al passo di un racconto, cominciare un nuovo viaggio: questo desidero più di tutto. I premi, i riconoscimenti certamente aiutano e ti consentono di fare il percorso con più leggerezza ma non sostituiscono l’esperienza del viaggio.
Leggi le altre notizie su www.cagliaripad.it
Source link






