Umbria

‘L’ultima testa’, quando il potere aziendale si trasforma una lama invisibile

di C.P.

«Persone come teste da tagliare. Numeri e voci di bilancio. Finché non ne resta solo una». È questa la prospettiva dura e senza filtri che attraversa L’ultima testa. Quando la violenza si tinge di rosa (Morphema), romanzo della scrittrice ternana Valeria Poti. Un fermo immagine quasi brutale nella sua semplicità, che a ben guardare è denominatore comune di tante altre storie e che restituisce il quadro di un mondo del lavoro in cui lavoratrici e lavoratori quali individui scompaiono. Diventano funzioni, obiettivi aziendali. Il romanzo apre uno squarcio in questo sistema, guardandolo da dentro attraverso gli occhi della trentenne Fiamma Volpini, con tutte le sue paure, il senso di smarrimento, i suoi tentennamenti e, infine, decisioni.

Valeria Poti, autrice de L’Ultima testa. Il titolo in sé è già particolarmente evocativo, ma come lo spiegheresti a chi non ha ancora letto il libro?

Il concetto espresso dal titolo è strettamente collegato a uno dei personaggi del romanzo. Si tratta di una figura incaricata di ‘tagliare teste’, quindi chiamata a gestire gli esuberi in un’azienda. Azienda in cui le persone vengono ridotte a numeri, a obiettivi da raggiungere. Si taglia, si taglia, fino a che ne resta una sola. In origine il titolo doveva essere Fino all’ultima testa, poi scrivendo è emerso che l’ultima testa da tagliare sarebbe stata quella della protagonista stessa…

Sicuramente più di qualcuno può rivedersi nella storia di Fiamma, costellata di frustrazione, smarrimento e paure. Tra l’altro, tristemente attuale nel panorama del mondo del lavoro. Quando hai capito che questa storia doveva essere raccontata?

Le vicende di Fiamma sono ispirate a una storia vera di una persona a me vicina. Non è stato semplice mettere in fila i pensieri. Quanto raccontato nelle pagine del libro è solo una parte dei soprusi vissuti da questa persona. Dopo la prima stesura del racconto mi sono accorta però che non mi apparteneva. Non mi “arrivava”. Allora ho ricominciato da capo. Nella seconda stesura è successo qualcosa di diverso: sono entrata nella psiche della protagonista. Ho provato le sue stesse sensazioni, pur non avendo mai vissuto personalmente una situazione simile. E ad un certo punto il personaggio sono diventata io. È stato un lavoro intenso, quasi trasformativo.

Quanto c’è di te in questa protagonista?

Molto. Al punto che ho iniziato a costruire il personaggio inserendo tratti miei. Sono una persona che ha bisogno di certezze. Il lavoro, la casa, l’indipendenza economica, gli equilibri quotidiani. Anche la protagonista vive ancorata a questi punti fermi. Quando questi equilibri vengono spezzati da decisioni aziendali superiori, contro cui non puoi fare nulla, tutto crolla. È lì che entra in gioco l’aspetto psicologico: il senso di smarrimento, la vergogna, perfino la difficoltà di raccontare ai propri familiari ciò che si sta subendo…

Parli di vessazioni. Il libro infatti si incentra proprio sul tema della violenza psicologica sul posto di lavoro

Sì e in una prospettiva diversa dal solito. Siamo abituati a pensare alla violenza come a qualcosa di maschile verso il femminile, o comunque verticale da uomo a donna. In questo caso, invece, emerge una violenza rosa. C’è una donna che riveste una posizione di potere e, proprio in virtù di questo, esercita soprusi su un’altra donna. Questo rende evidente una cosa: quando il potere non ha limiti, può degenerare.

Se oggi ti trovassi nella stessa situazione della protagonista, cosa faresti?

Oggi ho 54 anni. Probabilmente abbasserei la testa e continuerei a lavorare. Perché a questa età le alternative sono poche. Ma venticinque anni fa no. A trent’anni mi sarei rimessa in gioco. È una questione di prospettiva, di possibilità, di contesto. Non possiamo sempre scardinare il potere. A volte possiamo solo scegliere come reagire.

Come Fiamma… Qual è il messaggio che il romanzo intende lasciare a chi lo legge?

Che il mondo del lavoro non è sempre patinato come appare. Ci sono insidie, e non sempre puoi scardinarle. In un’azienda dovrebbe esistere un limite: quello della dignità. Tu puoi darmi ordini, ma non puoi umiliarmi. Vorrei che i giovani leggessero questo libro come un avvertimento: attenzione, il potere esiste! E a volte è più forte di noi. In certi casi puoi scegliere di andartene, in altri sei costretto a restare. È tutto relativo: all’età, alla situazione economica, alle responsabilità familiari. Preservare la propria dignità però.. quello è fondamentale a qualsiasi età.

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