Emilia Romagna

scontro in Regione Emilia-Romagna tra consiglieri


Un “occhio a quello che dici” pronunciato fuori microfono durante una seduta di commissione accende lo scontro politico in Regione Emilia-Romagna. Il caso è esploso nella giornata di sabato e vede contrapposti il consigliere regionale di Fratelli d’Italia, Ferdinando Pulitanò, e la consigliera del Partito Democratico, Simona Lembi, durante un dibattito dedicato proprio al contrasto alla violenza sulle donne.

A sollevare il caso è stato il Partito Democratico di Bologna con una nota ufficiale: “Esprimiamo piena e convinta solidarietà alla consigliera regionale Simona Lembi per quanto accaduto in commissione e per le parole intimidatorie che le sono state rivolte”, dichiarano i dem bolognesi, per i quali l’episodio – risalente al 12 febbraio – rappresenta un segnale grave poiché “il contrasto alla violenza di genere passa anche e soprattutto dal linguaggio, dai comportamenti quotidiani e dal rispetto reciproco nei luoghi in cui si esercita la rappresentanza democratica”. Per il Pd, sulla vicenda “non possono esserci ambiguità né silenzi”.

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Sulla vicenda è intervenuta anche Marcella Zappaterra, portavoce della Conferenza regionale Donne democratiche, chiedendo un “chiarimento pieno”. Secondo Zappaterra, le parole di Pulitanò “risultano oggettivamente inaccettabili in un contesto istituzionale perché evocano un clima che non appartiene alla cultura del confronto democratico”.

Non si è fatta attendere la replica del diretto interessato Pulianò che respinge le accuse parlando di “strumentalizzazione politica”. Il consigliere meloniano non smentisce l’espressione: si è trattato di “un’esternazione non ufficiale, rivolta esclusivamente alla consigliera per richiamarla alla gravità e al peso delle affermazioni che stava formulando nei miei confronti”.

Secondo la ricostruzione del consigliere FdI, Lembi avrebbe sostenuto che durante il dibattito in aula le sue posizioni “giustificherebbero i ‘carnefici’, ossia i violentatori sessuali. Sono accuse false, gravemente lesive della mia reputazione personale e professionale”, prosegue Pulianò che sottolinea come “in alcun modo tale espressione può essere interpretata come un’intimidazione, ma rappresentava un legittimo invito alla responsabilità”.

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