Il grido dei vescovi calabresi contro le morti in mare: “Basta indifferenza, alle tragedie non possiamo rispondere col silenzio”
Un punto arancione nel grigio del Tirreno. È iniziata così, con l’avvistamento di un salvagente da parte del comandante della Guardia Costiera di Tropea, la cronaca dell’orrore che sta segnando le coste del Sud Italia in questo inizio di 2026.
Sotto quel colore acceso, però, non c’era la salvezza, ma solo i resti di una vita spezzata. I Vescovi della Calabria, con una nota congiunta carica di dolore e fermezza, hanno rotto il silenzio su quella che definiscono una “comunità inghiottita dal mare”, trasformando quel salvagente nel simbolo tragico di una stagione di indifferenza.
Una contabilità dell’orrore: i numeri della crisi
Il ciclone “Harry”, che ha imperversato tra il 15 e il 22 gennaio, non ha portato solo tempeste, ma ha svelato la portata di naufragi avvenuti lontano dai riflettori. I dati riportati dai presuli sono spaventosi: 15 corpi senza nome restituiti dalle spiagge (da Scalea a Tropea, fino alla Sicilia). Circa 1.000 dispersi stimati dalle organizzazioni umanitarie. 452 vittime certificate dall’OIM nel solo mese di gennaio 2026 (rispetto alle 93 dello scorso anno). Il paradosso è tragico: mentre gli arrivi diminuiscono, il tasso di mortalità triplica. “Meno arrivi, più morti”, sottolineano i pastori calabresi, denunciando una politica che sembra misurare il successo solo sui numeri di chi approda, ignorando chi resta in fondo al mare.
L’appello alle Istituzioni: “Uscite dalla complicità”
I Vescovi non usano giri di parole. Il silenzio, di fronte a questa strage, viene definito complicità. La Chiesa calabrese avanza richieste concrete e urgenti:
Corridoi Umanitari: L’apertura immediata di percorsi sicuri per chi fugge da miseria e persecuzioni. Identità e Giustizia: Risorse alle Procure di Paola, Vibo Valentia e Trapani per dare un nome ai corpi recuperati e accertare le responsabilità legali.
Dignità Umana: Un cambio di rotta nelle politiche europee, affinché non tradiscano la tradizione di civiltà che mette al centro la sacralità della vita. “Il mare ci chiede conto. Quei morti ci chiedono conto e noi non possiamo rispondere con il silenzio.”
Un monito ai fedeli: contro l’abitudine
L’invito ai cittadini e ai fedeli è quello di non abituarsi. Come il comandante Durante si è gettato tra le onde per recuperare “quel che restava di un uomo”, così la società civile è chiamata a non considerare il ritrovamento di un cadavere sulla spiaggia come “ordinaria amministrazione”.
La sfida lanciata dalla Conferenza Episcopale Calabra è prima di tutto culturale: aprire spazi di accoglienza nella mente e nel cuore, prima ancora che nelle strutture, per evitare che l’Europa continui a guardare altrove mentre il Mediterraneo diventa un cimitero senza lapidi.
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