Puglia

a fuoco la stanza misteriosa

La premessa è d’obbligo: parco Bonomo è bellissimo. È il giardino chic di Bari, un parco aperto al pubblico da quasi due anni e che ha il sapore di un regalo. È quello che ha fatto alla città la famiglia Bonomo, proprietaria dell’omonima stupenda villa settecentesca che si affaccia su via Amendola: quei 20mila metri quadri di pini, ulivi, fiori e piante ornamentali sono stati acquisiti dal Comune tramite un accordo con la società Ined, nell’ambito di un piano di lottizzazione che vede nascere lì a ridosso il complesso edilizio Abiparco. Oggi parco Bonomo è sempre aperto, tutti i giorni: dalle 6.30 alle 23, e si può semplicisticamente indicare come una “oasi di pace”. Lo è a tutti gli effetti, quando vi si entra i rumori della vicina e trafficata via Amendola spariscono man mano che ci si avvicina alla villa; è un luogo dove il silenzio si insinua gradualmente fra le persone che lo frequentano per allenarsi, quelle che portano a spasso i cani, quelle che si concedono una passeggiata rigenerante. Si respira bene, lungo il viale principale e i vialetti di parco Bonomo, è un piccolo polmone verde che ognuno che entra lì sa di meritarsi.

È stato un dono, e la città sembra voler bene, a quel parco. A gestirlo è la Multiservizi, che per l’appunto garantisce l’apertura continua, e se capita di vedere i bidoni della spazzatura colmi di bustine colorate – sono quelle che i proprietari dei cani lasciano dopo aver raccolto le deiezioni dei loro animali – è certo che di lì a poco qualcuno passerà a svuotarli. Tutto perfetto, si direbbe. Se non fosse per una macchia. A oggi, a quasi due anni dall’apertura, si accede a parco Bonomo tramite piccoli ingressi secondari, uno su via Amendola, l’altro alle spalle alla fine di via Gino Strada, un terzo da via Lenoci. Un accesso principale ci sarebbe pure, ed è quello monumentale della villa, proprio su via Amendola. Ma è ancora chiuso, perché ci sarebbe bisogno di importanti interventi di ristrutturazione. All’epoca dell’inaugurazione, nel giugno 2024, l’allora sindaco Antonio Decaro disse che ci si sarebbe occupati presto della riqualificazione. Non è ancora accaduto, e a oggi il Comune dice che i tempi del restauro non sono quantificabili. Soprattutto perché quella parte è ancora privata, della famiglia Bonomo.

Tutte le cose bellissime, comunque, nascondono sempre un lato in ombra. Poco visibile e scomodo, eppure c’è. E anche parco Bonomo ce l’ha, e non è quel portone principale invalicabile. Lasciandosi la villa alle spalle e arrivando proprio sotto l’arco dell’ingresso, a destra c’è una porticina che dà accesso a una piccola stanza. Pur rimanendo sulla soglia, si intravede di tutto: detriti, calcinacci, sacchi neri, cartoni capovolti – su uno si legge “abiti vintage” – mobili sfatti e pure un vecchio elettrodomestico. Alle pareti sono attaccate vecchie foto in bianco e nero, da una parte campeggia un poster con una scritta romantica, un adesivo Cinzano e altre stampe di volti noti, fra cui si riconoscono Massimo Troisi e Roberto Benigni. Quello che più colpisce, però, è la pila di documenti accatastati su un mobiletto, e i libri. Tantissimi libri, e non solo in italiano: sono testi di medicina, fanno riferimento a chirurgia infantile e operazione ginecologiche. Sono vecchi, lasciati lì a prendere polvere e umidità, consegnati inesorabilmente all’oblio. Qualcuno li avrà sfogliati, in passato, magari proprio qualcuno dei Bonomo, famiglia che oltre a militari ed esponenti culturali ha vantato anche medici (il generale Lorenzo favorì la nascita del Policlinico di Bari e permise la costruzione dell’ospedale militare di corso De Gasperi, che porta il suo nome).

Ora giacciono lì, piccola macchia nera di un parco bellissimo. Una “smarginatura” di incuria e degrado, si potrebbe dire, anche perché è accessibile a tutti. Facendo una serie di sopralluoghi a distanza di pochi giorni l’uno dall’altro, la situazione cambia poco: la grata a protezione dello spazio sotto l’ingresso è stata addossata in modo da vietare di andare sotto l’arco – anche se è fermata con un filo di ferro – la porticina è stata bloccata e non è più spalancata. Solo che resta aperta a metà, complice il legno ceduto da un lato. E lì un bambino, un ragazzino – ma pure un adulto, di lato – può infilarsi facilmente. Inevitabile, e infatti così è stato: la porta è stata nuovamente spalancata, qualcuno ha messo fuoco alla stanza e di rifiuti, arredi e libri sono rimaste le macerie. Il Comune ha immediatamente segnalato l’accaduto alla famiglia proprietaria, che dovrebbe provvedere alla messa in sicurezza.

Quello spazio fatiscente e abbandonato era un rischio già prima. E ora le fiamme ne hanno divorato il lato più romantico. Era una stanza misteriosa che sarebbe stata perfetta per l’inizio di un romanzo d’avventura e di mistero, fra documenti antichi e libri angoscianti, visto il tema medico. La letteratura è piena di incipit del genere, pure “La storia infinita” lo insegna. In questo caso, però, più che i riferimenti letterari, vince il pericolo che si può creare: perché lì dentro poteva e può entrarci chiunque, e in effetti così è stato. Qui “La storia infinita” sembra essere piuttosto quella di Bari con la bellezza, un rapporto complesso e mai risolto: perché anche quando il bello è evidente come a parco Bellomo, c’è sempre quel neo pronto a sfregiarlo. O, quantomeno, a disturbare il quadro creando una irrefrenabile sensazione di fastidio.




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