Trentino Alto Adige/Suedtirol

Museion, Marion Piffer Damiani: «Sono stati sedici anni senza censure» – Cronaca



BOLZANO. «Io una normalizzatrice? Brutta parola». Per Marion Piffer Damiani, meglio facilitatrice: «Qui bisogna dialogare, non mettere muri». Il qui è il Museion. Al piano di sopra del “Passage” appena aperto ai vortici di metallo di Eduard Habicher, ha guidato il suo ultimo cda da presidente. Felice o…? «No e sì. Sono stati anni straordinari. Peccato finiscano ma bene così».

In effetti tanti: sono sedici da quel 2010 in cui si è insediata. Non un ingresso facile. Ricordate la rana di Kippenberger? Ecco il Museion, neanche due anni prima, era finito sotto assedio. Quella rana crocifissa, titolo “Zivildienst”, raccontava dei nostri tanti vizi e poche virtù. Ma il fatto che avesse, la rana, preso il posto di nostro Signore sullo strumento del martirio, aveva scatenato ire politiche e vescovili. Mostra bellissima, ma l’ultima di Corinne Diserens, che l’aveva messa in piedi. Meglio sgomberare, avrà pensato. Quello era il terreno, molto friabile e scosceso, su cui Piffer Damiani aveva messo piede. Sedici anni dopo le mura sono stabili e il cda lascia il testimone al nuovo passandogli un paio di membri, Peter Paul Kainrath (“Ma non farò il presidente”) e Paolo Vanoni. Gli altri, tutti nuovi.

C’è chi dice che la Provincia è troppo presente da voi, giusto?

Giusto e falso.

Nel senso?

Giusto che sia presente perché ci finanza. L’edificio è stato costruito con soldi pubblici con un progetto e una idea meritorie, e il pubblico continua a sostenerci.

Lo sbagliato?

In tutti questi anni mai una ingerenza. Intendo in quello che è il nostro compito, organizzare mostre, scegliere i contenuti, ricercare e lavorare sul nostro patrimonio.

Chi la scelse?

Più che scelta mi hanno fatto una domanda: vuole star dentro Museion? Ho detto di si, ci mancherebbe.

La telefonata da chi giunse?

Dall’allora assessora Kasslatter Mur. L’idea che la guidava e che io ho condiviso era insistere nel far diventare noi uno spazio di dialogo anche col territorio ma soprattutto con l’esterno, nazionale e internazionale.

Lei, a sua volta, era già nel mondo dell’arte?

E anche un po’ sul confine.

E quale?

La galleria che dirigevo prima, ArGeKunst era, se mi si permette, molto all’avanguardia nel contesto altoatesino.

Al Museion c’era bisogno di tranquillità dopo Kippenberger?

Non è stato solo quello. Più che normalizzare occorreva pacificare, insistere nel dialogare anche con chi non era d’accordo. L’arte contemporanea a volte non è facile, lo comprendo. Ma ci apre sul presente. Occorre sforzarsi a volte, noi e il pubblico.

Ecco, il pubblico. Si dice che un museo non si misura nella sua qualità dai biglietti venduti ma anche questo è un parametro no?

C’è una frase che mi ripeto sempre e che è questa: bisogna non essere popolari o populisti ma rendere popolari i contenuti. Ecco, penso che abbiamo fatto questo.

Museion è passato da un direttore all’altro. Troppi?

“Ma no! Ognuno ha interpretato il suo tempo e Museion lo ha fatto con loro”.

Partendo da Piero Siena il primo?

“Quarant’anni fa ha avuto lo straordinario merito di crearlo il Museion. Lo ha collocato nella città quando pochi lo volevano”.

Poi?

Andreas Hapkemeyer. È stato poco ma inciso molto. Moltissimo. È giusto ricordare che ha sistematizzato le collezioni, le ha fatte crescere, partendo dagli ambiti verbo-visuali, allora all’avanguardia.

Letizia Ragaglia è stata molto di più.

Prima Corinne Diserens. Ne sono state dette di tutti i colori su quella rana ma, attenzione, la sua mostra inaugurale aveva un respiro internazionale mai visto qui e il suo mandato è stato potente. Ha alzato di molto l’asticella. Poi, Letizia ha messo in rete noi e il nostro lavoro. Non si ha idea di che cosa abbia significato riuscire a dialogare da pari a pari con gli altri grandi musei.

Con lei è arrivato Bart van der Heide.

Tutto diverso da Ragaglia e dagli altri.Allora, ogni direttore è ed è stato figlio del suo tempo. Meno male che ognuno è stato diverso dai predecessori. Bart è giunto nel 2020 e dunque quasi 40 anni dopo la nascita del nostro museo. La sua intuizione è stata quella di anticipare le nuove linee guida che i musei mondiali si sarebbero dati due anni dopo.

Nuove linee guida?

E certo. Quindi non solo collezionare, esporre, ricercare ma anche, ecco la novità, lavorare con le comunità, aprirsi ai tempi sociali.

Un compito più pienamente politico?

Anche. L’arte di oggi sta lì in mezzo. Indica anche il futuro del pianeta.

Che le ha detto van der Heide per convincerla?

Un museo non è solo la somma della sue mostre.




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