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“Può colpirla con 20mila munizioni al giorno”: così la Cina può travolgere Taiwan

La Cina può colpire Taiwan con migliaia di munizioni al giorno, saturandone le difese fino al collasso, e vanificando ogni eventuale intervento statunitense. È questa una delle ipotesi che preoccupa maggiormente analisti e think tank di Washington, e che è finita al centro del dibattito strategico Usa. Un report dello Hudson Institute, intitolato Flipping the Script: Redesigning the US Air Force for Decisive Advantage, ha analizzato uno scenario di invasione di Taiwan attorno al 2035. In alcune simulazioni, la capacità cinese di generare fuoco quotidiano contro obiettivi sull’isola e contro le basi americane nel Pacifico raggiunge livelli impressionanti: migliaia di missili e munizioni di precisione al giorno, con un impatto devastante soprattutto sugli aeroporti e sulle infrastrutture critiche. Grazie a questa fantomatica capacità di saturazione, dunque, Pechino potrebbe arrivare a colpire con un volume di fuoco tale da mettere in crisi le difese antimissile e l’aviazione statunitense nella regione.

Rischio saturazione a Taiwan

Tutto questo ha, in sostanza, ben evidenziato la crescente disparità tra la produzione industriale militare cinese e quella occidentale. Il cuore del problema, secondo il report, non è solo tecnologico ma strutturale. L’aeronautica americana, pur reduce da ottime performance operative negli ultimi decenni, rischierebbe la sconfitta in un conflitto ad alta intensità contro la Cina.

Le simulazioni condotte dagli autori del report, del resto, mettono a confronto diverse architetture di forza: mantenere l’attuale impostazione, anche con maggiori fondi e più velivoli, non basterebbe. In uno scenario di invasione di Taiwan, le forze statunitensi potrebbero perdere oltre il 14% dei propri aerei, in larga parte distrutti a terra da attacchi missilistici contro le basi. Il motivo è presto detto: la Cina, infatti, dispone di un vasto arsenale di missili balistici e da crociera in grado di colpire in massa aeroporti, piste e infrastrutture logistiche.

Non solo: Pechino può contare sulla capacità di generare un ritmo di fuoco quotidiano talmente elevato da saturare le difese, rendendo inefficace un approccio tradizionale basato su basi fisse e proiezione graduale della forza. Parliamo di un flusso continuo di munizioni tale da travolgere le capacità di intercettazione, imponendo agli Stati Uniti la necessità di ripensare completamente la propria postura nel Pacifico.

La risposta Usa

Cosa dovrebbero fare gli Usa? Anziché affidarsi principalmente a grandi basi aeree vulnerabili e a una forza concentrata, il report dello Hudson Institute suggerisce una struttura articolata su tre pilastri: una “Edge Force” avanzata e mobile, capace di operare senza dipendere da piste tradizionali; una “Pulsed Force” in grado di colpire a lunga distanza da basi più sicure; e una “Core Force” riorganizzata per garantire resilienza, dispersione e capacità di comando e controllo avanzate.

Fondamentali sarebbero anche investimenti massicci in difese antimissile, resilienza delle basi e capacità di guerra elettronica per degradare i sistemi di targeting cinesi.

Insomma, Washington deve mettere in atto una trasformazione profonda per evitare che, in caso di crisi nello Stretto di Taiwan, Pechino possa sfruttare la propria superiorità numerica e industriale per travolgere le difese dell’isola.


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