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Greazy Alice – As Time Goes By: A country session :: Le Recensioni di OndaRock

Anticipato da due Ep, “Circles” e “Just Another One”, in gran parte recuperati per questo esordio, il primo album dei Greazy Alice è una delle sorprese dell’anno appena iniziato.
Nato in Pennsylvania, trasferitosi a New Orleans dopo aver vissuto con i genitori a Philadelphia, Alex Pianovich ha coltivato fin da ragazzo la passione per la musica country prima di trovare la formula giusta per questo folgorante primo atto (nel frattempo ha studiato biologia ed è stato per anni un erpetologo), un disco messo a punto con il contributo di Will Repholz (basso), Lee Garcia (batteria) e della cantante Jo Morris (compagna di Alex).
“As Time Goes By” è un album che affonda le radici nella musica di Gram Parsons, Kris Kristofferson e Terry Allen (il nome della band è ispirato da una prostituta protagonista di una canzone di Allen inclusa nell’album “Juarez”), un progetto che ridesta tutta la potenza evocativa di quelle canzoni tanto semplici quanto poetiche e perfino buffe, che hanno fatto la storia della musica country-folk americana.

Il disco è stato registrato in gran parte con un Tascam portatile a bobina, una scelta che valorizza le sonorità calde e avvolgenti delle dieci tracce e spesso rimanda al capolavoro dei Cowboy Junkies “The Trinity Session”. Quello dei Greazy Alice è un viaggio nei ricordi e nei luoghi dell’anima, un racconto che scivola su sonorità country delicatamente tratteggiate da piano, chitarra, basso e una batteria che resta dietro le quinte (“Circles”), o da vellutate ballate country-blues appena intrise di jazz (“Green”), ma anche da slanci urban-country che sembrano uscire da un disco di Lou Reed, come la splendida “Just Another One” (un brano ispirato dal film “Casablanca”) che finisce per essere la “Sweet Jane” nel sempre vivo paragone con il secondo album dei fratelli Timmins, una struggente riflessione sulla potenza destabilizzante dell’amore.

“As Time Goes By” è un disco che scorre con una naturalezza impressionante. Le canzoni si incastrano come dei piccoli classici. Alex Pianovich ricorda il suo viaggio verso New Orleans comparando le varie tappe con le stagioni della vita, mentre campanellini e accordi dissonanti di pianoforte scorrono fluidi e lenti su struggenti melodie che tolgono fiato alla voce (“Turn”) ed esaltando quello spirito da troubadour che trova ulteriore spazio in maldestre canzoni folk graziate dal controcanto femminile e dal suono dell’armonica (“Departures”).
Con egual spirito la band scuote l’atmosfera con un intermezzo honky tonk e rockabilly (“West”), intona ballate country da cantare intorno al fuoco (“Stop Asking Why”), accenna un elegante passo di valzer in “Firefly”, per poi concludere l’album con un toccante gospel-country tenuto in piedi da un piano solitario e dalle voci di Alex e Jo, una splendida pagina finale di un album che non dimenticherete tanto facilmente.

19/02/2026




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