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Trump tira dritto e rilancia: “Dazi globali al 15% con effetto immediato”

Donald Trump rilancia la sua offensiva commerciale e annuncia l’aumento dei “dazi globali” statunitensi dal 10% al 15%, dichiarando che la misura entra in vigore “con effetto immediato”. L’annuncio arriva a ridosso della battuta d’arresto giudiziaria della Corte Suprema che ha infatti colpito l’impianto legale su cui si reggevano molte delle tariffe varate in precedenza, spingendo la Casa Bianca a cercare una nuova base normativa per mantenere (e ora rafforzare) la leva tariffaria.

Un rialzo “di emergenza”

La decisione della Corte Suprema è una “vergogna”, aveva tuonato ieri Trump, invocando una legge dell’era Nixon. Il riferimento era alla Sezione 122 del Trade Act del 1974, mai utilizzata. Approvata dopo che Nixon impose una tariffa globale del 10% nel 1971, consente al presidente di imporre tariffe temporanee per far fronte a “grandi e gravi deficit”.

L’aumento al 15% viene presentato dall’amministrazione come una risposta immediata alla decisione della Corte Suprema, che ha contestato l’uso dei poteri d’emergenza invocati per imporre tariffe molto ampie. In questo nuovo passaggio, Trump indica come cornice un diverso strumento legale: una disposizione del Trade Act che consente dazi ma solo per un periodo limitato (150 giorni), mentre nel frattempo l’esecutivo lavorerebbe a un impianto tariffario “più solido” e meno vulnerabile a ricorsi.

L’Europa valuta contromisure, in Asia cresce l’incertezza

In Europa, Parigi ha segnalato che l’UE dispone di strumenti per reagire, inclusa la possibilità di ricorrere all’Anti-Coercion Instrument (il cosiddetto “trade bazooka”) e di riattivare pacchetti di ritorsione precedentemente sospesi: la discussione, riferita da Reuters, è già entrata nel circuito di consultazioni tra Stati membri e Commissione.

Nel Regno Unito, il governo ha fatto sapere di star lavorando con Washington per valutare l’impatto della nuova fase tariffaria e della sentenza, in un quadro che torna ad essere instabile per imprese ed esportatori.

In Asia, diversi governi ed economie esportatrici — dal Giappone a Taiwan — stanno monitorando l’evoluzione e il “rischio confusione” generato da annunci ravvicinati e da un terreno legale in movimento: il timore è che il 15% “temporaneo” sia solo un ponte verso misure più strutturali o selettive nelle prossime settimane.

Perché il 15% pesa oltre la soglia simbolica

Sul fronte finanziario, la vicenda si intreccia con due variabili che i mercati stanno provando a prezzare: da un lato l’effetto dei dazi su prezzi e margini lungo le filiere globali; dall’altro l’incognita fiscale e legale aperta dalla sentenza (incluso il tema dei possibili rimborsi di tariffe già riscosse come rischio potenzialmente rilevante).

La scelta di portare l’aliquota “globale” al 15% — peraltro entro i limiti temporanei previsti dallo strumento legale richiamato — lascia intendere che Washington voglia preservare il gettito e, soprattutto, mantenere la tariffa come leva negoziale immediata.

Ma proprio il carattere a tempo rende la misura intrinsecamente instabile: governi e imprese dovranno decidere se trattarla come shock transitorio o come anticamera di un nuovo ciclo di barriere più durature, magari costruite attraverso procedure più lunghe (e più difficili da impugnare) previste da altre sezioni della normativa commerciale Usa.


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