Se la Calabria diventa «casa» per chi fugge dalla disperazione. Parla Paola Bottero, ideatrice e sceneggiatrice di «Nyumba»
La Calabria vista dai migranti e i migranti visti (e accolti) dalla Calabria. C’è questo e tanto altro nel pluripremiato docufilm «Nyumba» (casa, in lingua swahili), in questi giorni presentato nella regione. Il docufilm, ideato e scritto da Paola Bottero, con la regia di Francesco Del Grosso, prodotto da Indaco Film con il sostegno della Calabria Film Commission, ha cominciato il suo giro da Catanzaro. Nella prossima settimana sarà, tra l’altro, a Corigliano, Locri, Cosenza (mercoledì, ore 18, cinema San Nicola), a Reggio (venerdì, ore 10 per le scuole e ore 18, cinema Odeon) per finire lunedì 2 marzo a Lamezia (ore 9,30 per scuole, auditorium Campanella; ore 18, cinema Costabile).
Cinque migranti, ben inseriti in Calabria, dove hanno trovato «nyumba», raccontano le loro storie, differenti anche se simili, difficili, violente, a stretto contatto con la morte prima di trovare un’accoglienza che ha consentito una perfetta integrazione. Sono Abdoulaye, Alex, Moussa, Sisi e Hafsa, quattro uomini e una donna, provenienti da diversi Paesi africani. Una straordinaria esperienza di cui abbiamo parlato con l’autrice Paola Bottero, giornalista e scrittrice, legatissima alla Calabria.
Vorrei partire da due frasi che hai scritto in passato. La prima è: «In Calabria esiste la buonavita. Nessuno si è mai preoccupato di raccontarla. Usando una metafora, la Calabria è un mare immenso e limpido, al cui interno vive una piovra, che sputa ovunque il suo inchiostro. E sembra che il mare sia inchiostro. Sembra che i neri e i grigi intorno alla piovra siano gli unici colori degni di rappresentare questa terra». Il concetto è chiaro, ma in quali modi portarlo avanti?
«Parlarne. Il nostro mestiere è raccontare, cercare di far vedere le cose e togliere i veli. Altrimenti tutti gli orpelli che ogni giorno vengono messi addosso alla narrazione della Calabria, rischiano di soffocarne l’immagine. “Nyumba”, come anche il mio primo romanzo, “Jus sanguinis”, sono nati per raccontare la Calabria che non veniva raccontata. In “Nyumba” nascono e s’incrociano tanti temi. Non solo quelli della Calabria bella e dell’accoglienza, ma anche il senso delle migrazioni. Il nostro è un popolo di migranti. Quello calabrese ancora di più, ci sono molti più calabresi sparsi per il mondo di quelli che vivono nella regione. La migrazione non è scappare dalla propria terra, ma cercare una terra che sappia accogliere meglio. E la Calabria sa accogliere tantissimo».
La seconda frase è una citazione di Sant’Agostino: «La speranza ha due figli bellissimi: lo sdegno per le cose come sono e il coraggio per cambiarle». Come ti muovi tra sdegno e coraggio? E come dovrebbero farlo i calabresi?
«Ci sono due citazioni che ripeto spesso, una è questa di Sant’Agostino e l’altra è di Corrado Alvaro sul dubbio che essere onesti sia inutile. Sono due facce della stessa medaglia: lo sdegno e il coraggio servono, ma a volte lo sdegno non trova il coraggio. Per costruire il soggetto di “Nyumba” sono stata guidata da sdegno e coraggio, poi è arrivato il dubbio, sulle sponde di Cutro, la notte tra il 25 e il 26 febbraio, tre anni fa, quando, mentre lavoravo per individuare i miei protagonisti, 94 migranti sono finiti in quel cimitero che è il Mediterraneo. Mi sono sentita impotente e ho creduto che fosse inutile raccontare se poi comunque succedevano queste tragedie. Poi è ritornato lo sdegno quando, aprendo Google Maps, ho trovato geolocalizzata la secca dei migranti, perché qualcuno aveva pensato bene che potesse diventare un luogo di turismo macabro. Abbiamo avviato subito le procedure per far cancellare quella geolocalizzazione. Questa cosa mi ha fatto sentire di nuovo l’urgenza di portare avanti il lavoro. Ho sistemato la storia corale dei nostri cinque protagonisti sulla spiaggia di Cutro. Alcuni racconti iniziano con una voce e proseguono con un’altra, proprio perché il viaggio della speranza è talmente particolare e uguale a se stesso che, salvo alcuni dettagli, il legno invece del gommone o una vicenda di violenza piuttosto che un’altra, le storie sono fotocopiabili. Mescolarle diventa una voce collettiva, è il mio modo per trasformare lo sdegno in coraggio di narrazione, di racconto, di rappresentazione. I calabresi lo fanno, lo fanno tanto, sempre, ostinatamente, buttando il cuore oltre l’ostacolo».
«Nyumba» è presentato come accoglienza, inclusione, condivisione e memoria. Un modo originale di illustrare questa regione.
«Sono temi fondamentali. Io sono la prima migrante perché, pur non essendo calabrese, mi comporto da calabrese e amo la Calabria. Accanto a brutte storie, perché comunque giornalista sono e giornalista rimango, grazie all’intensità con cui ho vissuto qui, ho conosciuto la “bella Calabria”, quella che ho rappresentato, sa fare rete e non ha bisogno di riflettori per farlo».
Il docufilm racconta storie di migranti a lieto fine, ma sappiamo che queste non sono tante, come la dedica al naufragio di Cutro ricorda subito. Cosa si dovrebbe fare affinché le storie di «Nyumba» diventino la normalità?
«Prendo la mia risposta da Montale: “Codesto solo oggi possiamo dirti, ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”. Sono una persona che racconta storie credendo che questo possa aiutare a costruire qualcosa di migliore. Di certo non si dovrebbe demonizzare tutto ciò che non conosciamo. E ci sono cose che si potrebbero fare. Comprendere che sì, è vero, alcuni migranti hanno fatto brutte cose. Però se andiamo a guardare il numero di reati e a contarne la gravità, soprattutto quelli contro la persona, allora sono quasi tutti bianchi a commettere i reati peggiori, non migranti. Studiare qualcosa per aiutare noi a essere più accoglienti e loro ad avere una vita migliore è la cosa giusta. Ci sono lavori che noi italiani non vogliamo più fare. Il nostro Paese diventa più vecchio, ha bisogno di caregiver, di colf, di badanti per accudire i nostri anziani e li andiamo a cercare tra i migranti. Basterebbe guardare tutto ciò che riusciamo ad avere dai nuovi popoli per comprendere che possiamo solo guadagnarci».
I migranti che hanno partecipato al film hanno dato anche un contributo di idee?
«Hanno raccontato la loro vita e dunque hanno dato tutto. Su molti giornali è citato il termine “cimitero Mediterraneo”, che c’è nei cartelli di chiusura del film ed è un contributo di idee nato da Abdoulaye. Una delle domande che abbiamo fatto ai cinque era: “Quando guardi il mare, cosa pensi?”. Abdoulaye ha detto: “Io guardo il mare, non riesco più a farmi il bagno perché per me è un cimitero”. Nel film poi sono state montate le risposte, messe in sequenza con la visualizzazione attraverso la Sand Art, la tecnica di disegno con la sabbia, realizzata da Rachele Strangis, artista di Lamezia Terme, che dà un valore aggiunto al film».
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