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Lo chiamavano dittatore – il Giornale

Meno male che Donald Trump era un dittatore. E che a sentire il pateravegloria dei nostri esperti rossi d’America, rappresentava la fine degli Stati Uniti, il crollo della democrazia, l’Apocalisse dell’Occidente finora conosciuto. Era un bullo (cit.), un delinquente (cit.), un mitomane (cit.). Detto dagli stessi che conoscono talmente bene l’America da averci spergiurato che dopo Joe Biden alla Casa Bianca ci sarebbe entrata la desaparecida Kamala Harris. Non so se esistano o no gli Ufo di cui parla Obama, ma di marziani almeno in Italia se ne contano a bizzeffe e dovrebbero scusarsi con Trump e con gli Usa. Perché l’America, con i suoi modi un po’ western, ci mostra ancora una volta il significato di una democrazia, affidata al popolo e regolata da contropoteri, chiunque sia il presidente degli Stati Uniti. Sarà anche l’uomo più potente del mondo, ma non può agire da solo. Nemmeno sui dazi a una fabbrica cinese di falsi magari fatti da bambini. Cioè ad applicare una minima e banale politica di protezione della produzione interna, un tributo che in economia si studia al primo anno e che abbiamo inventato qui, nel Vecchio continente, proprio noi che oggi la critichiamo e che siamo la nazione dell’Iva, cioè il dazio di tutti i dazi.

Quando spariamo sull’America, ricordiamoci che Trump non l’hanno fermato i comitati del No, ma la Corte suprema di nomina politica, con il parere contrario di giudici nominati da lui o dal suo partito. Prova che la politica e la magistratura sono poteri separati solo se le teste restano libere, perfino oltreoceano dove la poltrona dipende solo dal Commander-in-chief. Una lezione, l’ennesima, da Ovest.


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