Porti nuovi, memorie vecchie: chi decide cosa conta
TRIESTE.news
20.02.2026 – 17.15 – Faglia Doppia non è una rubrica, né una formula editoriale rassicurante. È, prima di tutto, una dichiarazione di metodo. Nasce dall’idea che l’informazione non debba limitarsi a rendere ordinato ciò che è confuso, ma debba avere il coraggio di mostrare dove l’ordine si spezza. “Faglia” perché la realtà, quando la si osserva senza indulgenze, è attraversata da fratture: economiche, sociali, culturali, simboliche. “Doppia” perché ogni frattura ha sempre due superfici: quella visibile, raccontata, istituzionale, e quella che resta sotto, meno comoda, spesso rimossa, ma non per questo meno reale. Faglia Doppia non cerca di ricomporre queste superfici, né di pacificarle. Le mette una accanto all’altra, accettando che lo spazio tra le due sia irrisolto. È lì che comincia il racconto. Dentro questa cornice si collocano i due nuovi approfondimenti del fine settimana, che non sono semplicemente due articoli tematici, ma due esercizi di attrito distribuiti nel tempo. Il primo, pubblicato il sabato, il secondo la domenica. Una scelta non casuale: come a dire che certe questioni non si esauriscono in un solo colpo d’occhio, ma chiedono continuità, sedimentazione, ritorno.
Il primo approfondimento, in uscita il sabato e firmato da Aurora Cauter e Zeno Saracino, prende il Porto di Trieste e lo sottrae alla sua rappresentazione più pigra. Qui il porto non è il feticcio dello sviluppo né la promessa astratta del futuro: è un insieme concreto di cantieri, decisioni amministrative, flussi di merci, camion in colonna, binari saturi, quartieri che assorbono rumore e traffico. L’elenco dei progetti PNRR e PNC, delle opere in corso e delle cifre stanziate non è un vezzo tecnico: è una scelta narrativa precisa. Serve a restituire il peso materiale dello sviluppo, la sua occupazione fisica dello spazio e del tempo urbano. La faglia, in questo caso, è evidente: da una parte la visione strategica, europea, intermodale; dall’altra la città che regge quotidianamente l’impatto di quella visione. Il testo non risolve il conflitto e non lo semplifica. Lo espone. Mostra come ogni investimento, anche quando si veste di sostenibilità e modernizzazione, sia una decisione politica che redistribuisce costi e benefici. Il porto cresce, ma la domanda resta sospesa: a chi appartiene questo sviluppo e chi ne governa davvero gli effetti?
Il secondo approfondimento, pubblicato la domenica e firmato da Zeno Saracino e Aurora Cauter, cambia scenario ma non metodo. Dalle infrastrutture pesanti si passa ai resti di pietra dei castellieri, dai moli ai boschi del Carso. Un tema che qualcuno considera marginale e che invece rivela un’altra faglia profonda: quella tra patrimonio e attenzione pubblica. I castellieri esistono, sono censiti, studiati, disseminati sul territorio. Ma non entrano nel racconto dominante, non trovano spazio stabile nelle politiche culturali e turistiche.L’intervista al geoarcheologo Paolo Paronuzzi funziona come controcampo critico. Ridimensiona l’entusiasmo progettuale, smonta la retorica dei bandi, mette in l’idea che bastino eventi, ricostruzioni virtuali e piattaforme digitali per creare conoscenza. Anche qui la frattura è doppia: da una parte i programmi europei, i partenariati, gli obiettivi dichiarati; dall’altra la discontinuità, la scarsa cura dei siti, l’assenza delle scuole, la difficoltà di radicare davvero un patrimonio nel tessuto sociale.
Sabato il porto, domenica i castellieri. Due temi lontani solo in apparenza. In realtà raccontano lo stesso nodo: la distanza crescente tra ciò che si pianifica e ciò che si comprende, tra ciò che si costruisce e ciò che si dimentica. Faglia Doppia, con questi due appuntamenti, sceglie deliberatamente di non rassicurare. Non offre sintesi comode, non chiude le questioni, non distribuisce assoluzioni. Mostra le crepe. E lo fa partendo da una convinzione semplice e oggi quasi impopolare: quando tutto sembra già deciso, il compito dell’informazione non è applaudire né protestare per riflesso, ma fermarsi. Guardare dove la terra si muove. E ricordare che ogni scelta, anche la più tecnica, lascia sempre una traccia.
Il direttore responsabile
Francesco Viviani
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