Ambiente

meno desiderato e più complesso rispetto al passato

Una delle tradizionali unità di misura del potere di un manager è il numero delle persone alle sue dipendenze nell’organigramma: più ne comandi più conti secondo un vecchio schema gerarchico. Seguendo questo modo di ragionare il concetto di “fare carriera” coinciderebbe con il concetto di diventare capo e di aumentare con il tempo il numero di persone coordinate.

Sebbene sia difficile trovare delle evidenze statistiche che lo dimostrino, dall’osservazione empirica dei percorsi professionali degli ultimi anni sembra emergere un dato: “essere capo” è un desiderio meno sentito di una volta. Non è raro trovarsi di fronte a “vecchi” manager, cresciuti in un contesto culturale in cui l’investitura a leader era un destino glorioso a cui non ci si poteva sottrarre, che scuotono la testa basiti perché il giovane collega non ha accettato un incarico di responsabilità preferendo ripiegare su una dimensione lavorativa più tranquilla o su un progetto professionale più stimolante.

I sociologi del lavoro probabilmente ci potrebbero dire che oggi le nostre esistenze sono meno “lavorocentriche” di un tempo, che ci piace sempre meno essere definiti come persone dal nostro status professionale. Ritengo però esista almeno un altro motivo più concreto che porta molti di noi nelle nostre scelte di carriera a non considerare più come un must l’opportunità di “essere capo”. Si tratta dello spostamento dell’equilibrio “onori-oneri” che la responsabilità manageriale porta con sé.

Guidare delle persone comporta gratificazioni importanti, materiali (stipendi, benefit, ecc.) e soprattutto immateriali (potere, visibilità, considerazione sociale, ecc.). Ovviamente ci sono anche gli oneri. Se nella nostra scala di valori personali gli onori immateriali (lo status del “boss”) contano meno di prima e non sono controbilanciati da una riduzione degli oneri (lo stress quotidiano di garantire risultati gestendo le mille esigenze delle persone alle proprie dipendenze) allora fisiologicamente c’è chi dice “no, grazie, non ne vale la pena”. Questo accade soprattutto quando il ruolo di manager prevede responsabilità non adeguatamente proporzionate al livello di autonomia decisionale e all’effettiva capacità di impattare sul business.

Comandare è meno facile di una volta. L’universo simbolico dell’autorità in azienda ha subito nei decenni lo stesso processo di destrutturazione che abbiamo osservato a proposito dell’autorità in famiglia. Se mio padre poteva impormi le sue decisioni con uno sguardo, per ottenere lo stesso obiettivo nei confronti dei miei figli io devo faticosamente spiegare e persuadere. E se cado nella tentazione di sbraitare ed impormi con la forza perdo autorevolezza e credibilità. Ceteris paribus si può dire lo stesso nelle dinamiche capo-collaboratore sul lavoro. Le aziende sono piene di capi frustrati che si devono impegnare in faticosissime e costosissime negoziazioni per ottenere dai propri collaboratori piccoli sforzi in più, per conseguire i quali magari una volta era sufficiente una mezza battuta ironica. Insomma comandare piace ancora, ma quanta fatica. Per molti il gioco non vale la candela.


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