Basilicata

Ebanista calabrese regala scatola a papa Leone XIV

L’ebanista di Lago (Cosenza) Placido Fois, falegname vaticano, dona a papa Leone XIV una scatola intarsiata in noce con stemma argento. Il Pontefice entusiasta: «La custodirò nella mia camera». Storia di arte e fede calabrese.


«La porterò con me e metterò la croce al suo interno». È un entusiasta papa Leone XIV a parlare, nell’atto di ricevere un dono inatteso quanto speciale: una scatola in legno realizzata dal maestro ebanista Placido Fois.

IL REGALO DELL’EBANISTA PLACIDO FOIS A PAPA LEONE XIV

Calabrese di Lago, piccolo paese in provincia di Cosenza, Fois si occupa del grande reparto di falegnameria del Vaticano: responsabile del controllo, della lucidatura, conservazione e del restauro di quasi tutti i mobili. Nella Cappella ha partecipato ai lavori di sistemazione necessari a far sedere i 133 cardinali che hanno eletto papa Leone. In 13 anni di servizio in Vaticano si è occupato direttamente delle bare di due papi: Benedetto XVI e Francesco. Spesso, il maestro andava a casa del primo per effettuare manutenzioni e lavoretti di piccola falegnameria.
Papa Francesco aveva, invece, avuto modo di vederlo più volte.

IL LAVORO NELLA FALEGNAMERIA DEL VATICANO

Grazie all’Atletica Vaticana, squadra di atletica del Vaticano formata dagli operai e di cui il maestro fa parte, e prima di ogni gara ufficiale, incontrava papa Francesco, questi li spronava e dava loro la giusta carica. Per la benedizione Urbi et Orbi, Fois montava insieme ad altri una pedana su cui il papa saliva per affacciarsi e incontrare i fedeli. E prima dell’apertura della finestra si fermava con Fois e gli altri, nella Sala Reggia, per salutarli.

L’INCONTRO CON PAPA LEONE XVI

Oggi, il maestro calabrese racconta, con commozione mista a orgoglio, il suo incontro con l’attuale pontefice. «Ho espresso un desiderio a un padre agostiniano di mia conoscenza, vicino al papa perché dello stesso Ordine: fare dono di una scatolina a papa Leone. Ho spiegato che mi avrebbe fatto piacere regalargliela e gliel’ho mostrata. Il padre agostiniano, non appena l’ha vista, è rimasto sbalordito: “È una cosa molto molto bella, poi fatta da un suo operaio, da un suo dipendente, dal falegname. Vedrai che lo colpirà, gli farà piacere. Dimmi quando sarai pronto, così da poterlo comunicare ai segretari. Io li avviserò e magari avrai un’udienza privata”, ha risposto». E di fatto il maestro Fois ha ottenuto udienza privata con il pontefice, preventivamente organizzata.

CHI È L’EBANISTA DI LAGO, PLACIDO FOIS

«Il mio intento era regalargli la scatolina per il suo compleanno, ma per vari motivi non ci sono riuscito, ho tardato un po’. Una volta pronta, però, ho chiamato dicendo “padre, io sono pronto”». La storia lavorativa e professionale di Fois comincia a Lago. All’età di 18 anni, nella sua abitazione, inizia per hobby e da autodidatta a realizzare un piccolo portagioie di legno intarsiato. Una volta ultimato, lo mostra a parenti e amici, suscitando enorme successo, tanto da chiedergli di realizzarne ancora. Una piccola casa di proprietà accanto alla sua diviene il suo laboratorio. Qui crea numerosi portagioie e comincia ad attrezzarsi a dovere. Uno dei suoi portagioielli è tuttora custodito in Vaticano, donato ad un cardinale a cui era piaciuto a tal punto da scrivergli una lettera in cui chiedeva espressamente al maestro Fois di lasciarlo per sempre in Vaticano, come memoria. E infatti il portagioie si trova, oggi, al governatorato, sulla scrivania di ogni segretario che si sussegue.

LE TECNICHE APPRESE DA UN INTAGLIATORE A LAGO

In giovane età, Fois apprende qualche tecnica dal falegname del paese di Lago, il grande intagliatore Francesco Procopio (detto “Cicco”, ndc), e da Mario Paladino, che aveva un negozio di restauro. Apre, poi, una piccola bottega e dal 2005, per tre anni, segue un corso a Bisignano presso la Scuola di Arte e Mestieri, conseguendo la qualifica di falegname ebanista. Dopo circa 12 anni di lavoro in paese, parte alla volta di Roma, Venezia, Firenze. Suo fratello, don Antonio Raimondo, era sacerdote a Roma. Placido gli farà visita per restare nella Capitale, definitivamente. Veniva nel frattempo assunto da colui che possedeva l’importante ditta “Picalarga”, nei pressi di Roma, che lavorava per la Camera, il Senato e il Vaticano.

IL REGALO DELL’EBANISTA A PAPA LEONE XVI ACCOLTO CON GIOIA

L’incredulo e soddisfatto Fois prosegue nel racconto. «Il padre agostiniano mi ha fatto incontrare il Papa. Ero così felice di regalargli una scatolina realizzata da me, fatta interamente a mano, intarsiata e all’interno foderata con velluto rosso. Il regalo è stato accolto con gioia. Infatti, quando papa Leone l’ha aperta è rimasta sbalordito. Ho fatto realizzare il suo stemma in argento e l’ho incastrato dentro al coperchio, quando questo viene aperto si vede lo stemma. Il Papa, alla visione dello stemma, ha provato grande felicità. Ha poi fatto tante domande, ad esempio la tipologia di legno usata».

COME È FATTA LA SCATOLA DONO

La scatolina è interamente in noce nazionale, la base in piastrelle, tutte incastonate, il coperchio con filetti di acero (legno bianco, molto duro, usato anche per la cassa sotto alcuni violini) e noce foderata in velluto. Lo stemma in argento è incastrato all’interno del coperchio, lucidato a mano a gomma lacca a tampone. «Per crearla ho impiegato quattro, cinque giorni, avevo anche altri lavori da portare a termine. Lì per lì ho suggerito al pontefice che magari avrebbe potuto metterci la croce. Mi ha guardato e ha subito detto “È quello che farò, la porterò con me e metterò la croce al suo interno”. Sono rimasto sbalordito, non pensavo che l’avrebbe tenuta realmente con sé. Ho così compreso il grande onore che mi è toccato in sorte. Ho raggiunto l’apice consegnando la mia scatolina nelle sue mani, che è a casa sua e nella quale custodirà la croce. Papa Leone è rimasto piacevolmente stupito. Non avrei mai immaginato un simile riscontro».

LA GIOIA DEL SANTO PADRE

Più tardi, papa Leone XIV è andato a pranzo assieme ai confratelli. «Ho chiesto al frate se al papa fosse davvero piaciuta: “Placido, ha finito ora di mangiare, la prima cosa che ha fatto è stata prendere la scatolina, se l’è messa sottobraccio e l’ha portata con sé” ha risposto il frate. Ho pensato che oltre alla lucidatura della bara di padre Bergoglio, all’intarsio e alla lucidatura della bara di papa Francesco, sono riuscito ad arrivare anche a papa Leone. Mi sembra di vivere un sogno e mi sento piuttosto realizzato: ho donato l’opera al papa e appreso da fonte sicura che è nella sua camera. So quante scatoline gli regalano, in genere i regali vengono catalogati e messi in magazzino. Ma questa specifica scatola ce l’ha lui, custodita nelle sue mani, dentro la sua stanza ed è questo l’aspetto più bello».

L’EBANISTA E LA FOTO CON PAPA LEONE XVI

Poi, una richiesta del pontefice ha dato grande gioia al maestro. «Ha domandato se volessi fare una foto con lui. Nelle foto scattate insieme è sorridente, contento. Ha anche voluto fare le foto della scatolina in più parti, per evidenziarne i particolari e ha chiesto quale fosse la luce migliore. Si è complimentato. Non immaginava che l’avessi fatta io. Guardava ogni minima caratteristica. È stata una emozione grandissima. Affabile, nonostante l’udienza e la stanchezza il papa si è fermato ad accogliermi. Abbiamo chiacchierato per diversi minuti».
Lo stemma papale (giglio mariano su campo azzurro e il cuore ardente trafitto da una freccia, su sfondo avorio, simbolo degli agostiniani) è stato realizzato dai fratelli orafi romani Claudio e Piero Savi, coloro che hanno realizzato anche il nuovo pastorale. «La scatola custodirà la croce e penso anche l’anello. Ma l’emozione più bella è stata vedere papa Leone contento, veramente felice del regalo ricevuto e della sua utilità. Da quando ho iniziato questa mia passione, circa 35 anni fa in una piccola bottega di Lago, non immaginavo che un giorno avrei avuto l’onore di consegnare una scatola fatta tutta a mano da me, nelle mani del Santo Padre. Saranno state la mia caparbietà e la mia passione nel lavorare il legno a far sì che il mio sogno si realizzasse». La scatolina calabrese è divenuta a pieno titolo oggetto sacro destinato all’eternità.


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