Cosenza, cinema e impegno civile: Ricky Tognazzi racconta la sfida di “Francesca e Giovanni”
In occasione della serata conclusiva del festival “La primavera del cinema italiano”, nella nostra intervista Ricky Tognazzi ha raccontato la sua sfida narrativa e morale: unire verità storica ed emozione cinematografica, trasformando in cinema il legame tra Francesca Morvillo e Giovanni Falcone. L’amore come forza propulsiva, l’intimità dei due magistrati come chiave narrativa e la settima arte come esperienza corale e creativa.
COSENZA – C’è un silenzio particolare che precede le parole importanti. Non è un vuoto: è una tensione viva, come quella che attraversa una sala cinematografica prima che si spengano le luci. Nella serata conclusiva della dodicesima edizione del festival “La primavera del cinema italiano”, ideato da Giuseppe Citrigno, presidente Anec Calabria, e sostenuto dalla Calabria Film Commission nell’ambito del progetto “Bella come il cinema”, quell’attesa si è trasformata in dialogo serrato con Ricky Tognazzi.
Al centro della nostra intervista al noto attore e regista italiano, una sfida narrativa e morale: raccontare il legame tra Francesca Morvillo e Giovanni Falcone senza trasformare la memoria in retorica, senza piegare la Storia alla fiction, ma senza nemmeno imprigionare il cinema in una cronaca arida. Tognazzi non elude la complessità. La attraversa. Con l’idea che la verità storica sia un fondamento, ma che l’emozione sia il ponte che la rende viva. Nel nostro confronto, intervallato dal calore del pubblico — uno scatto improvvisato, una dedica, una stretta di mano che diventa gratitudine — emerge una convinzione netta: non esiste memoria senza racconto, e non esiste racconto senza responsabilità.
Per Ricky Tognazzi il cinema non è mai un esercizio neutro. È una presa di posizione. Ogni scelta narrativa, ogni inquadratura, ogni silenzio contribuisce a costruire un immaginario collettivo. E quando si raccontano figure come Francesca Morvillo e Giovanni Falcone, quell’immaginario coincide con la coscienza civile di un Paese.
Significa certamente ricordare una tragedia nazionale, una ferita ancora aperta nella memoria italiana. Ma significa anche restituire la densità di due vite, la forza di un legame, la complessità di una scelta condivisa. Non icone immobili, ma esseri umani attraversati da dubbi, paure, determinazione e amore.
Intrecciare le vicende personali con i grandi eventi della Storia non è un artificio drammaturgico, ma un atto civile. Perché è nelle pieghe dell’intimità che la Storia diventa comprensibile: nello spazio domestico, negli scambi privati, nei gesti quotidiani, il sacrificio assume un volto. E la cronaca si trasforma in esperienza umana. Il cinema, quando osa abitare questo spazio fragile tra fedeltà e interpretazione, non si limita a rievocare il passato. Lo riattiva. Lo rende presente. E, in qualche modo, lo affida di nuovo alla memoria, perché continui a interrogare il nostro tempo e le nostre scelte.
Ricky Tognazzi, raccontare Francesca Morvillo e Giovanni Falcone significa confrontarsi con una memoria collettiva molto forte. Come ha trovato, insieme a Simona Izzo, l’equilibrio tra rigore storico ed esigenza cinematografica?
«È sempre un equilibrio delicato. La vita non costruisce strutture perfette. Noi nel cinema parliamo di “scaletta”, di architettura narrativa. Ma la realtà non è così ordinata. Gli eventi accadono in modo imprevedibile, spesso contraddittorio».
Qual è stato il punto di partenza?
«Il rispetto assoluto dei fatti. La Storia con la S maiuscola non si tocca. Gli avvenimenti, le date, le responsabilità: su questo non c’è libertà. La libertà sta altrove, in quello che nessuno può sapere davvero. Nella dimensione privata».
Ed è lì che il film trova la sua forza…
«Francesca Morvillo è stata a lungo una figura meno raccontata. Falcone è stato protagonista di molti film. Noi abbiamo scelto di spostare il baricentro, di guardare la storia da una prospettiva femminile. Mettere Falcone al servizio di un racconto che restituisse centralità a lei. Attraverso questi due personaggi abbiamo raccontato una storia d’amore in cui c’era spazio alla libertà drammaturgica».
Un’operazione resa possibile anche grazie alle testimonianze di Alfredo Morvillo, fratello di Francesca. Dico bene?
«Esatto! Ci ha consegnato frammenti intimi, ricordi preziosi. Dettagli che non compaiono nei manuali di storia ma che restituiscono umanità».
Ricky Tognazzi, nel film l’amore non è solo un sentimento, ma sembra diventare una forza attiva. È così?
«Assolutamente sì. Noi facciamo parte di una generazione che è sempre stata schiva dai sentimenti. Il privato era una sorta di tabù, non si poteva raccontare perché non era politicamente corretto. Attraverso la storia di Francesca e Giovanni abbiamo scoperto che l’amore può essere una forza propulsiva. Non un rifugio, ma un motore. Erano innamorati l’uno dell’altra anche attraverso la comune passione per la giustizia. Avevano fatto gli stessi studi, erano entrambi magistrati, si sostenevano professionalmente e umanamente. Il loro legame era la spinta che alimentava il loro impegno. La lotta non era solo contro qualcosa, ma per qualcosa».
Ricky Tognazzi, c’è qualcosa che il set le ha insegnato e che continua a guidarla?
«Il set è come una chiesa. Non si urla, non si corre. Si entra con rispetto. È un rito collettivo, è quel momento fatidico di lavoro in cui tante individualità si fondono per creare qualcosa insieme. Quando funziona davvero, il risultato è più grande della somma dei singoli contributi».
Se potesse girare un film domani, quale tema sceglierebbe?
«C’è un progetto che coccoliamo da tempo. Una storia ambientata nella Berlino del Muro. Le storie con la s minuscola sono sempre attraversate dalla Storia con la S maiuscola. Un tema del passato che è universale, che rimane, che sopravvive al tempo e alla storia».
Il Muro diventa così metafora universale…
«Le barriere costruite dall’uomo non condizionano solo i confini. I muri non sono finiti. Cambiano forma. Possono essere fisici, politici, ma anche interiori».
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