L’addio a Matteo Agostinelli e l’occasione sprecata del decennio Zero

Questa giornata, secondo i piani, era destinata a essere un qualunque giovedì di febbraio e fungere da ideale ponte tra la sbornia delle Olimpiadi invernali seguite da tutta Italia con una partecipazione inedita, ma che ormai non dovrebbero più riservare medaglie per i nostri atleti, e la settimana del Festival di Sanremo. Ma la vita, si sa, è quella cosa che accade proprio mentre siamo impegnati a fare i nostri piani, e, per noi appassionati di lungo corso di indie italiano, è avvenuta nel modo più brutale possibile, ovvero facendoci svegliare con la notizia dell’improvvisa scomparsa di Matteo Agostinelli, leader e frontman degli Yuppie Flu e anima della Homesleep.
Così, questa giornata che sarebbe dovuta essere interlocutoria è stata funestata da un evento dolorosissimo e ha finito per portare i pensieri di noi tutti, o almeno i miei, ma sono certo che valga lo stesso per molti altri, a come abbiamo vissuto un decennio Zero che più passa il tempo e più genera riflessioni sulla nostra percezione di cosa stesse accadendo e di come lo stessimo vivendo. Perché è troppo facile ora celebrare quegli anni di autentica purezza indipendente e di qualità che non scendeva a compromessi, a cominciare da esempi di popolarità su larga scala, come i Verdena sempre più travolgenti a ogni album, o gli Afterhours e i Marlene Kuntz un po’ in calo ma sempre su livelli più che rispettabili, oppure nel caso di artisti già attivi negli anni Novanta ma capaci di elevarsi a nomi di punta, come Paolo Benvegnù e Moltheni, o ancora in relazione a band sbocciate in quel decennio e in grado di illuminarlo con una qualità suprema, come i Perturbazione, i Valentina Dorme, gli Offlaga Disco Pax e i Non Voglio Che Clara, o, infine, con progetti durati troppo poco ma rimasti nei cuori di molti, o almeno dei più attenti, come i C|O|D. In più, c’era un sottobosco talmente vasto e di qualità dal quale se inizio a fare i nomi adesso finisco domani mattina.
All’epoca, purtroppo, vivevamo le cose un po’ diversamente, soprattutto negli ultimi anni del decennio, perché nel momento in cui la suddetta qualità non aveva avuto come conseguenza una popolarità più ampia rispetto alla nostra nicchia, ha iniziato a serpeggiare un senso di frustrazione sempre più insistente, al quale non siamo stati capaci di resistere. Troppo spesso emergevano considerazioni del tipo: “non è possibile che l’indie italiano sia sempre più chiuso in sé stesso; nessuno dei tantissimi progetti validi che abbiamo riesce a farsi apprezzare dal grande pubblico, e la colpa non può essere delle persone, ma il motivo deve essere interno”. A un certo punto, si additavano coloro che cantavano in inglese, e proprio qui si inseriva il nome degli Yuppie Flu, assieme ad altri come, soprattutto, Giardini Di Mirò e A Toys Orchestra.
“Bisogna cantare in italiano, bisogna essere più accessibili, bisogna che arrivi una canzone che la gente canti al concerto del Primo Maggio come fa con “Male Di Miele”, e finora in questo decennio non ne è uscita nemmeno una”. Peccato, però, che, fino a due-tre anni prima, i Baustelle erano oggetto di scherno perché avevano firmato con Warner e il loro album “La Malavita” era diventato “La Mala Warner”, il nome dei Verdena veniva troppo spesso storpiato dai detrattori cambiando la lettera iniziale (non credo di dover spiegare ulteriormente), le diverse band che avevano un nome proprio femminile nella loro ragione sociale venivano prese in giro in modo dozzinale e gli Yuppie Flu, proprio loro, avevano visto accolta con una certa freddezza la loro naturale evoluzione verso un indie-rock più immediato con l’uscita di “Toast Masters”, nel 2005, perché insomma, se fai un disco complesso e raffinato come “Days Before The Day” non puoi tornare due anni dopo seguendo la moda di quel momento.
Probabilmente, se un lettore un po’ più giovane sta leggendo queste righe, penserà che eravamo tutti matti, ma il punto è che il termine “indie” veniva preso molto più seriamente rispetto agli ultimi 15 anni, solo che poi non siamo stati capaci di sopportare il peso mentale di questa intransigenza e qualcuno ha pensato che l’unica via d’uscita dall’imbuto che ci eravamo creati fosse quella di saltare il fosso nel modo più radicale possibile, ovvero risultando piacione né più, né meno rispetto a un qualunque progetto mainstream (come, del resto, il titolo dell’album spartiacque per eccellenza, e non devo certo dire di chi). Oggi come oggi, viene da chiedersi, ma veramente esistevano i detrattori dei Verdena? E magari anche dei Baustelle? Esistevano eccome, e si facevano pure sentire, altroché. E quindi, come ha fatto lo stesso circuito a passare dal convivere con opinioni negative su band pazzesche all’esaltazione collettiva per il cosiddetto it-pop? Probabilmente, proprio perché, se si esagera in un senso, si finisce per trovare uno sfogo nel senso opposto.
Tornando agli Yuppie Flu, da cui purtroppo è partito il ricordo, ammetto che anche io avevo fatto fatica a farmi piacere “Toast Masters” come il disco avrebbe meritato, proprio per il motivo di cui sopra e anche perché, chi invece ne tesseva le lodi lo faceva denigrando più o meno sottilmente “Days Before The Day”, e allora, pensavo io, se a te non piace un capolavoro del genere ma adori questo, evidentemente è questo ad avere qualcosa che non va. A ripensarci oggi, era davvero tutto troppo polarizzato, troppo divisivo, non era pensabile che potesse piacere una cosa e anche un’altra se quell’altra era troppo diversa. Poi, senza rendercene conto, si è passati all’estremo opposto, ci siamo fatti andar bene un po’ tutto ed è stato l’inizio di una stagione che sembrava aver decretato il trionfo dell’indie, e che in realtà era una vittoria di Pirro.
È, quindi, comprensibile che l’amarezza per aver perso un artista che ha fatto musica meravigliosa e una persona che, in quegli anni, era sempre disponibile e gentile con chiunque, sia coi fan nelle chiacchiere post concerto, sia con gli addetti ai lavori nelle interviste, sfoci nella delusione per un’occasione sprecata, perché sarebbe bastato evitare gli estremismi, in un senso e nell’altro, e ci saremo risparmiati anni e anni di piacioneria mascherata da indipendenza. Soprattutto, forse, avremmo potuto combattere con armi migliori la situazione attuale, nella quale i grandi sono sempre più grandi e chi ha meno spazi e meno visibilità continua ad averne sempre di meno. Oggi, purtroppo, una band come gli Yuppie Flu avrebbe molti meno riscontri rispetto ad allora, ed è un peccato, comunque la si pensi, anche perché, sempre allora, una Taylor Swift qualunque avrebbe suonato, a dir tanto, una data all’Alcatraz, non certo due o tre o quante ne ha fatte a San Siro.
Un po’ mi dispiace di aver sentito lo stimolo nel tirar fuori questi rimpianti proprio in occasione della scomparsa di uno dei simboli di quegli anni, ma, come cantava lui stesso in “Silverdeer”, la mia canzone preferita degli Yuppie Flu, “a few dots make a line/the tape won’t rewind“, ovvero è normale voler unire i puntini e non si può tornare indietro. È comunque doveroso un gigantesco grazie a Matteo, per tutto quello che ha fatto per noi amanti della grande musica e per aver messo giù le parole giuste anche in un contesto come questo.
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