Un piemontese tra “cecchini del fine settimana”: nuovo caso nel giallo sull’assedio di Sarajevo
Un ex dipendente pubblico piemontese, oggi tra i 65 e i 70 anni, sarebbe stato i “cecchini del fine settimana” di Sarajevo. Appassionato di armi e cacciatore di selvaggina di grossa taglia, l’uomo si sarebbe vantato in contesti conviviali tra cacciatori di essere stato attivo sulle colline intorno a Sarajevo durante l’assedio della città.
Cecchini a Sarajevo, la procura di Milano pronta a convocare il volontario che vide i “safari umani”


Secondo quanto riportato da più testimoni, il suo “bersaglio preferito” erano le donne, indicate con frasi cariche di disprezzo, oltre a bambini e uomini. Il racconto, pubblicato da “Il Fatto Quotidiano”, descrive un uomo apertamente misogino, incline a esibire la propria passione per la caccia e le armi anche in contesti sociali. Se confermate, le sue dichiarazioni offrirebbero uno spaccato inquietante sulla partecipazione di volontari stranieri ai cosiddetti “cecchini del fine settimana”, che trasformavano il conflitto bosniaco in un terreno di sfogo per pulsioni violente e pregiudizi di genere.
Al momento, non risultano procedimenti penali aperti a suo carico. Il fascicolo della procura di Milano riguarda un altro uomo, un ottantenne ex camionista di Pordenone, già interrogato per omicidio volontario aggravato da motivi abietti. Il piemontese resta per ora al centro dei racconti dei testimoni.
Potrebbe essere presto sentito dagli inquirenti milanesi. Il contesto storico è quello di un assedio che durò quasi quattro anni, durante il quale Sarajevo fu sottoposta a bombardamenti costanti e al tiro dei cecchini, con migliaia di vittime civili. Il racconto del cecchino piemontese, che si vantava a cena con gli amici, si inserisce in questo contesto, offrendo uno spaccato inquietante su quella che alcuni testimoni definiscono una vera e propria “caccia umana” tra le colline e i quartieri assediati di Sarajevo. Ciò che per lui sarebbe stato un “weekend di caccia” coincideva con il dolore e la morte di chi non poteva difendersi.
Cecchini a Sarajevo, un testimone al Times: “Sparavano a donne e bambini, pronto a dire tutto ai pm”


In un lungo reportage sul Times, Aleksandar Licanin, 63 anni, volontario nel conflitto, racconta di aver visto stranieri ben vestiti prendere posizione accanto ai cecchini locali nel 1993 o 1994. “Indossavano giacche di pelle costose e mi è stato detto che erano italiani, tedeschi e britannici”, precisa.


Licanin descrive le dinamiche interne alle unità serbo-bosniache: i comandanti fornivano coordinate, ma i cecchini sceglievano liberamente le loro vittime. I testimoni ricordano come i volontari stranieri pagassero da 500 a mille marchi tedeschi per ottenere posti privilegiati da cui sparare, spesso da edifici alti o dal cimitero, considerato un “tiro facile”.
Dopo le sessioni di caccia, venivano serviti banchetti con maiale arrosto, agnello, birra, whisky e cognac, celebrando apertamente le uccisioni. Licanin racconta: “Non posso immaginare come si possa vivere dopo aver ammazzato un bambino”. Le dichiarazioni raccolte delineano un fenomeno che travalica il conflitto locale: individui provenienti dall’Europa occidentale trasformavano la guerra in un gioco di potere e violenza, fondendo misoginia, sadismo e passione per le armi.
Source link




