Giacomo Guarienti, ecco il «Pinheiro» degli sciatori bolzanini – Bolzano
BOLZANO. Scusi lei come si chiama? Pinheiro. Ruolo in squadra, attaccante? No, guardi, scio. Avrà detto così sulle prime volte. Ed è in questo modo invece che una medaglia d’oro olimpica in gigante ha scardinato la cultura della neve. Con Lucas Pinheiro Braathen siamo ben oltre i jamaicani sul bob – che facevano sorridere – qui hanno pianto gli avversari, forti della loro rocciosa contestualizzazione alpestre. Con un brasiliano che trionfa a Milano-Cortina ’26 (ma però per metà norvegese…) si entra nel terzo millennio della ristrutturazione dell’idea stessa di uno sport applicato all’antropologia di un Paese. Aggiungendo, per soprappiù di iniziale sconcerto, che non è il solo di quella federazione tropicale a farsi strada. Aumentano, infatti, praticanti e risultati. Chissà.Poi, si torna a Bolzano. E non per nulla. Qui c’è Giacomo Guarienti. Il quale ha molto («Vi prego, neanche un po’…» si schermisce) in comune con Pinheiro Braathen, almeno sul piano del contesto iniziale. Innanzitutto è nato in Brasile. Mamma di lì e papà di qui. Infine ama la neve («di pelle sono più scuro di Lucas, in pista spicco di più» sorride) e ha fatto, un po’ di anni fa, buone gare tra in pali. Per dirne un’altra, adesso è consigliere dello Sci Club Bolzano. Sta sempre sulla neve, infine. Come fosse uno dei tanti elementi che lo tengono – molto – vivo. Perché ne ha molti, e molto attinenti allo sport. È del ’68, e dall’83 è tornato a Bolzano coi suoi, dopo gli anni dell’infanzia e della prima adolescenza nel grande Paese sudamericano.
Come è successo?
Papà era andato in Brasile per lavoro.
C’è stato per molto?
Per 23 anni. Io ho fatto in tempo a nascere e a crescere lì.
Poi Bolzano?
Avevo 15 anni quando papà ci è tornato.
E lo sci?
Quasi subito. Mio zio mi ha preso e mi ha messo in pista. Ci stavo benissimo. E poi sono un po’ scuro di pelle, risaltavo con tutto quel bianco…
Prime gare?
Quasi subito, riuscivo bene quindi perché no?
Risultati?
Buonini. Ma prima che qualcuno ci potesse pensare mi sono rotto una gamba e allora basta agonismo. Peccato.C’è chi favoleggia che lei per qualche attimo fosse stato nel mirino della nazionale brasiliana di sci…Se volete che rida, rido. Ma non c’è mai stata neanche l’ipotesi. Va bene che allora di brasiliani sugli sci nessuno ne parlava, ma io no, per favore…
Addio allo sci?
Quello no. Mi piace tutto: scendere, la montagna, la velocità, l’aria. E allora ci sono rimasto in mezzo e adesso sono consigliere dello Sci Club Bolzano.Insomma lo sport le piace.Eccome. Ma non solo lo sci. Anche la pallavolo. Mi capita di essere allenatore del Neugries, squadra femminile che gioca in serie C. Un campionato serio, impegnativo e importante.
Perché la pallavolo?
È veloce, agonistica. E poi, come si dice: chi non arriva allena. Io non sono molto alto e allora la strada era quella di far giocare bene gli altri.
In famiglia?
Sono circondato. Una sorella che gioca nella Trentino Volley in A2, sempre pallavolo, Giada Guerra. E poi parenti come Andrea Guerra.
Qui si parla di calcio no?
Ebbene sì. È stato allenatore anche lui, ma ad altissimi livelli dopo averci giocato sul campo a pallone. Per la stagione scorsa Giovanni Stroppa, il primo allenatore del Venezia che provava a salire in serie A ha portato con sé proprio Andrea come allenatore in seconda.
Una famiglia di sportivi quindi?
Però attenzione: io lavoro. Lo faccio a Fibercop, che è la società infrastrutturale del gruppo Telecom.
Ma se dovesse scegliere, mettiamo in una finale Italia-Brasile?Speravo che questa domanda non sarebbe uscita. Allora mettiamola così, se proprio devo rispondere: se uno chiedesse, ma vuoi bene più al papà o alla mamma? Ecco, questo è per me il Brasile. E dunque l’Italia. P.CA.




