Daria Bignardi: «Gisèle Pelicot ci ha dimostrato da che parta deve stare la vergogna: mai da quella delle vittime»
Questo articolo su Gisèle Pelicot è pubblicato sul numero 9 di Vanity Fair in edicola fino al 24 febbraio 2026.
Il libro di memorie di Gisèle Pelicot non ha paura di essere sconvolgente, a cominciare dal titolo: Un inno alla vita (Rizzoli, traduzione di Bérénice Capatti). Leggerlo vuol dire passare dall’orrore alla speranza, dalla tristezza all’ammirazione, dalla sorpresa alla pena.
La sua storia di impiegata, moglie e madre di tre figli, che scopre dopo decenni di matrimonio di essere stata narcotizzata e fatta stuprare dal marito da più di cinquanta uomini è nota, e anche il fatto che Dominique Pelicot e gli altri stupratori siano stati tutti condannati.
Ma prima di questo memoriale non sapevamo cosa ci fosse dietro le spalle dritte e la testa alta di una donna descritta dalla figlia Caroline come «una regina medioevale, l’unica eroina di questa storia».
Non sapevamo della forza nata dal dolore di aver perso sua madre a nove anni ed essere stata cresciuta da una matrigna arida e avara, del suo bisogno di conservare a ogni costo qualche bel ricordo della sua vita matrimoniale per non morire, né della sua capacità più incredibile: quella di innamorarsi ancora, a quasi settant’anni, di un vedovo gentile conosciuto nel suo esilio volontario sull’isola dove si era stabilita prima del processo.
Gisèle Pelicot sembra la protagonista di un romanzo. È una nonna amorevole e una madre comprensiva ma anche una donna che conosce sé stessa e sa cosa fare per non andare in pezzi nonostante quel che le succede sia spaventoso, squallido e crudele. La metà di noi impazzirebbe per metà di quel che è successo a lei.
Dopo aver letto la sua versione dei fatti penso ancora più di prima quanto Gisèle Pelicot sia intelligente. Forse anche dura, chissà. E per fortuna. Come avrebbe fatto a sopravvivere se no?
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